Scuole di lusso e scuole di sopravvivenza: l'istruzione a geometria variabile nella Lombardia che non si vede
Photo: Unknown, Public domain, via Wikimedia Commons
A Segrate, comune dell'hinterland milanese, la scuola media statale ha inaugurato l'anno scorso un laboratorio di coding con trenta postazioni, una stampante 3D e un sistema di realtà aumentata per le lezioni di scienze. A Bresso, a meno di dieci chilometri in linea d'aria, gli insegnanti raccolgono fondi propri su piattaforme di crowdfunding per comprare carta per la fotocopiatrice. Entrambe sono scuole pubbliche. Entrambe sono in Lombardia. Eppure sembrano abitare pianeti diversi.
Questo non è un caso isolato, né una coincidenza sfortunata. È il risultato prevedibile — e in larga misura previsto — di un sistema che combina autonomia scolastica, divari di ricchezza comunale e disinteresse strutturale della Regione per la perequazione educativa.
La mappa della disuguaglianza
Per comprendere le dimensioni del fenomeno occorre partire dai numeri. Il finanziamento statale per studente è uniforme su tutto il territorio nazionale, ma la quota aggiuntiva — quella che determina la differenza tra una scuola funzionante e una eccellente — dipende in misura crescente dalla capacità del comune di riferimento e delle famiglie di integrare le risorse pubbliche.
Un'analisi comparativa condotta su dati del MIUR e dei bilanci comunali relativi al triennio 2021-2023 rivela che i comuni lombardi con reddito pro capite superiore a 35.000 euro annui destinano in media 487 euro per studente in risorse integrative (manutenzione straordinaria, attrezzature, attività extracurricolari), contro i 94 euro dei comuni con reddito pro capite inferiore a 18.000 euro. Un divario di oltre cinque a uno.
A questo si aggiunge la capacità delle famiglie di contribuire attraverso le associazioni dei genitori, i fondi raccolti autonomamente, i lasciti di ex alunni benestanti. Nelle scuole dei quartieri più agiati di Monza o della Brianza, questi contributi volontari possono raggiungere cifre significative. In un istituto comprensivo di Sesto San Giovanni o di Pioltello, dove molte famiglie faticano a pagare la mensa scolastica, tale possibilità è semplicemente inesistente.
Le storie che i numeri non raccontano
Dietro le statistiche ci sono volti e situazioni concrete che meritano di essere ascoltate.
Marta ha quattordici anni e frequenta una scuola media in un comune della provincia di Pavia con un alto tasso di disoccupazione. "Abbiamo un'aula informatica con dodici computer, ma quattro non funzionano e gli altri sono lentissimi", racconta. "Quando dobbiamo fare ricerche, molti di noi usano il cellulare perché è più veloce. Ma non tutti hanno il cellulare con i dati."
Il suo insegnante di tecnologia, Davide R., aggiunge: "Ho fatto domanda per un progetto di laboratorio digitale tre anni fa. Mi hanno detto che i fondi erano esauriti. Nel frattempo ho visto inaugurare laboratori nuovissimi in scuole a venti chilometri da qui, in comuni con più risorse. È difficile non sentirsi abbandonati."
Al contrario, in un istituto comprensivo di un comune benestante della provincia di Como, la dirigente scolastica ci mostra con orgoglio lo spazio maker inaugurato lo scorso settembre: laser cutter, stampanti 3D, kit di elettronica, una parete intera dedicata alla prototipazione. "Abbiamo ricevuto contributi dall'associazione genitori e da alcune aziende del territorio", spiega. "Ma la base l'ha fornita il comune con un investimento straordinario."
Nessuno dei due scenari è illecito. Ma insieme raccontano una storia di opportunità radicalmente diverse per bambini e ragazzi il cui unico torto è essere nati nel posto sbagliato.
Il ruolo dell'autonomia scolastica nell'amplificare le differenze
L'autonomia scolastica, introdotta con il DPR 275/1999 e progressivamente ampliata, era nata con l'obiettivo di avvicinare le scuole ai territori e alle loro esigenze specifiche. In teoria, una riforma progressiva. Nella pratica lombarda, si è rivelata un meccanismo che amplifica le differenze preesistenti anziché ridurle.
La logica è semplice: più autonomia significa più capacità di fare, ma anche più dipendenza dalle risorse localmente disponibili. Una scuola in un territorio ricco può esercitare la propria autonomia in modo espansivo — costruendo reti con le imprese, attivando progetti europei, ampliando l'offerta formativa. Una scuola in un territorio impoverito usa l'autonomia principalmente per gestire le emergenze: il tetto che perde, il riscaldamento che si rompe a gennaio, i banchi da sostituire.
La Regione Lombardia, in questo contesto, avrebbe potuto svolgere una funzione perequativa: identificare le scuole in condizioni di maggiore difficoltà e indirizzare verso di esse risorse aggiuntive. Invece, i fondi regionali per l'istruzione — quando esistono — vengono spesso distribuiti attraverso bandi competitivi che premiano le scuole già più attrezzate, quelle con più personale amministrativo per compilare le domande, con più contatti istituzionali per costruire i partenariati richiesti.
È una perversione del principio meritocratico: vince chi già sta vincendo.
Le responsabilità della Regione
Occorre essere chiari sulle responsabilità istituzionali. L'istruzione è materia concorrente tra Stato e Regioni, e la Lombardia ha ampi margini di intervento che non sta utilizzando per ridurre il divario.
In primo luogo, la Regione potrebbe istituire un fondo perequativo per l'edilizia scolastica che prioritizzi gli investimenti nei comuni con minore capacità fiscale. Attualmente, i fondi regionali per la manutenzione degli edifici scolastici vengono assegnati in parte in base alla popolazione e in parte su base progettuale, senza alcun meccanismo di compensazione per i comuni più poveri.
In secondo luogo, sarebbe necessario un piano regionale per la connettività scolastica che garantisca a ogni istituto lombardo una connessione a banda larga adeguata, indipendentemente dalla localizzazione geografica. Nel 2024, l'assenza di internet stabile in una scuola pubblica non è un'emergenza: è uno scandalo.
In terzo luogo, la Regione dovrebbe ripensare il sistema dei bandi competitivi per l'innovazione didattica, introducendo corsie preferenziali o riserve di quota per gli istituti che operano in contesti socioeconomici svantaggiati.
Nessuna di queste proposte è rivoluzionaria. Alcune sono già state sperimentate in altre regioni italiane. Richiedono però una scelta politica precisa: quella di considerare l'uguaglianza di opportunità educative non come un obiettivo astratto, ma come una priorità concreta di bilancio.
L'istruzione come questione di democrazia
C'è una dimensione del problema che va oltre i laboratori e le connessioni internet. Una scuola povera non è solo una scuola con meno attrezzature: è una scuola che trasmette ai propri studenti il messaggio implicito che il loro futuro vale meno di quello dei coetanei più fortunati. È una scuola che riduce le aspirazioni prima ancora che possano formarsi.
In una regione che si definisce locomotiva d'Italia, permettere che migliaia di ragazze e ragazzi crescano in istituti di serie B non è solo un'ingiustizia sociale. È un errore strategico. Il capitale umano — quella risorsa che Palazzo Lombardia cita nei suoi documenti di programmazione ogni volta che vuole sembrare lungimirante — si forma nelle aule, nei laboratori, negli spazi dove si impara a immaginare il proprio posto nel mondo.
Se quegli spazi sono decadenti, tecnologicamente arretrati e privi di risorse, non ci sarà piano industriale che tenga. Per un'altra Lombardia, quella che vuole davvero essere competitiva e giusta, il punto di partenza non può che essere la scuola. Tutte le scuole. Non solo quelle dei comuni che possono permetterselo.