Oro blu in mani private: come la Lombardia ha svenduto il controllo delle sue acque
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L'acqua è un bene comune. Lo dice la Costituzione, lo ha ribadito il referendum del 2011 con oltre il 95% dei voti favorevoli all'abrogazione delle norme che aprivano la gestione idrica al profitto privato. Eppure, a oltre un decennio da quel voto popolare straordinariamente chiaro, la Lombardia si trova in una situazione paradossale: formalmente il servizio idrico integrato è gestito da enti di diritto pubblico, ma nella sostanza le logiche che guidano queste gestioni sono sempre più orientate alla redditività, alla valorizzazione degli asset e alla remunerazione del capitale investito. In altre parole, al profitto.
La mappa del potere idrico lombardo
Per capire chi controlla l'acqua in Lombardia bisogna innanzitutto orientarsi in una geografia istituzionale complessa. Il territorio regionale è suddiviso in Ambiti Territoriali Ottimali (ATO), istituzioni di coordinamento che affidano la gestione del servizio idrico integrato — captazione, distribuzione, fognatura e depurazione — a soggetti gestori. In teoria, questi soggetti dovrebbero essere società interamente pubbliche o, al massimo, a capitale misto con prevalenza pubblica. In pratica, la situazione è molto più sfumata.
Alcune delle principali società di gestione attive in Lombardia presentano assetti societari nei quali la quota privata, pur minoritaria formalmente, esercita un'influenza determinante sulle scelte strategiche attraverso meccanismi di governance che assegnano ai soci privati diritti di veto su decisioni fondamentali come la politica tariffaria, gli investimenti infrastrutturali e la distribuzione degli utili. Non è privatizzazione, almeno non nel senso tradizionale del termine. È qualcosa di più sottile e, per questo, più difficile da contrastare.
Le concessioni sulle fonti: un patrimonio ceduto a prezzo di saldo
Parallelo al tema della gestione del servizio idrico integrato, c'è quello delle concessioni per l'utilizzo delle acque sorgive e dei laghi lombardi a scopo commerciale. In questo ambito, la Regione ha esercitato per anni un ruolo di concedente che molti esperti di diritto amministrativo definiscono «eccessivamente generoso».
Le concessioni per l'imbottigliamento dell'acqua minerale, ad esempio, vengono rilasciate con canoni che non hanno subito aggiornamenti significativi per decenni, nonostante l'esplosione del mercato delle acque in bottiglia. I dati dell'Autorità di Regolazione per Energia Reti e Ambiente (ARERA) mostrano che il canone medio per metro cubo di acqua prelevata a scopo commerciale in Lombardia è tra i più bassi d'Europa, a tutto vantaggio delle grandi multinazionali del settore che operano sulle prealpi lombarde.
Il paradosso è evidente: la stessa acqua che viene estratta a costi irrisori dal sottosuolo lombardo viene rivenduta ai cittadini lombardi — e al resto del mondo — a prezzi di mercato che non hanno alcun rapporto con il canone di concessione pagato alla collettività. È, a tutti gli effetti, una rendita privata su un bene comune, resa possibile da una governance regionale che non ha mai avuto il coraggio di rinegoziare queste concessioni secondo criteri di equità.
Tariffe alle stelle, investimenti al palo
Se la cessione del controllo delle fonti avviene in silenzio, l'impatto sulle bollette dei cittadini è invece molto rumoroso. Negli ultimi dieci anni, le tariffe del servizio idrico integrato in Lombardia sono aumentate in media del 34%, con punte superiori al 50% in alcune province. Questo aumento è stato giustificato dalla necessità di finanziare gli investimenti infrastrutturali necessari al rinnovo di una rete idrica che, in molte aree della regione, risale agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso.
Eppure, a fronte di questi aumenti tariffari, gli investimenti effettivi sulle reti sono rimasti sistematicamente al di sotto dei livelli programmati. Secondo i piani di investimento approvati dagli ATO, nel periodo 2018-2023 avrebbero dovuto essere investiti circa 2,3 miliardi di euro in opere di rinnovo e potenziamento della rete idrica lombarda. I dati consuntivi indicano che ne sono stati effettivamente spesi circa 1,4 miliardi, con un gap di quasi 900 milioni che rimane inspiegato.
Dove sono finiti questi soldi? Parte di essi è rimasta nei bilanci delle società di gestione come riserva o è stata distribuita agli azionisti. Parte è stata destinata a copertura di costi operativi che, in una gestione realmente pubblica, sarebbero stati contenuti. Il risultato è una rete idrica che perde mediamente il 28% dell'acqua immessa prima che raggiunga i rubinetti dei cittadini — una percentuale scandalosa in una regione che si vanta di essere la più moderna e efficiente d'Italia.
Le comunità rurali: le prime vittime del sistema
Le conseguenze più gravi di questa governance distorta ricadono sulle comunità rurali e montane, che si trovano in una posizione di doppia svantaggio. Da un lato, devono pagare tariffe crescenti per un servizio spesso meno efficiente di quello garantito nei centri urbani. Dall'altro, assistono all'impoverimento delle falde acquifere locali causato dalle estrazioni commerciali, che in alcune aree alpine ha già prodotto effetti visibili sulla disponibilità idrica per uso agricolo e civile.
I piccoli comuni montani, in particolare, lamentano da anni la difficoltà di mantenere gestioni autonome delle proprie sorgenti locali, pressati da norme regionali che spingono verso l'aggregazione negli ATO e l'affidamento a gestori di scala maggiore. Questa tendenza centralizzatrice, presentata come razionalizzazione ed efficientamento, si traduce spesso in un peggioramento del servizio e in un allontanamento del centro decisionale dalle comunità che quelle acque abitano e custodiscono da generazioni.
Riformare è possibile, ma serve volontà politica
Esistono modelli alternativi, e non bisogna cercarli lontano. Alcune regioni italiane hanno sperimentato con successo modelli di gestione pubblica integrale che coniugano efficienza operativa, contenimento delle tariffe e investimenti reali sulle infrastrutture. In Emilia-Romagna, ad esempio, alcune aziende interamente pubbliche del settore idrico mostrano indicatori di performance comparabili o superiori a quelli delle società a partecipazione privata lombarde, con tariffe mediamente inferiori del 15%.
La strada è tracciata. Ciò che manca non è la conoscenza tecnica né la disponibilità di strumenti giuridici adeguati. Manca la volontà politica di rimettere al centro della governance idrica lombarda il principio che l'acqua è un bene comune, non una commodity. E manca, soprattutto, una forza politica regionale capace di sfidare i poteri consolidati che da questa situazione traggono beneficio. Costruire quella forza, e quella volontà, è la scommessa di chi crede che la Lombardia possa essere governata in modo diverso.