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Sanità e Welfare

Ospedali svuotati, ambulatori chiusi: il lento collasso della sanità di prossimità in Lombardia

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Ospedali svuotati, ambulatori chiusi: il lento collasso della sanità di prossimità in Lombardia

Photo: Chainwit., CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons

C'è una fotografia che racconta più di mille comunicati stampa: la sala d'attesa di un consultorio di periferia, le sedie vuote non per mancanza di bisogno, ma perché il personale è stato ridotto a tal punto da rendere il servizio praticamente inaccessibile. È una scena che si ripete in decine di comuni lombardi, dal Basso Lodigiano alle valli bergamasche, passando per le cinture periferiche di Milano e Brescia. La Lombardia, che si vanta di possedere uno dei sistemi sanitari più avanzati d'Europa, mostra crepe sempre più profonde quando si guarda oltre le eccellenze ospedaliere dei grandi centri urbani.

I numeri che la Regione non ama citare

I dati contenuti nei rapporti annuali di Agenas e nelle relazioni della stessa ATS lombarda dipingono uno scenario preoccupante. Tra il 2015 e il 2023, il numero di posti letto per acuti negli ospedali pubblici della regione è diminuito di circa il 12%, a fronte di una popolazione che invecchia e di una domanda di cure croniche in costante aumento. Parallelamente, il personale infermieristico del servizio sanitario pubblico regionale registra un deficit stimato tra le 8.000 e le 10.000 unità rispetto agli standard europei.

Le liste d'attesa rappresentano forse il termometro più impietoso della crisi. Per una visita specialistica di cardiologia in regime ordinario, in molte ATS lombarde si aspettano tra i 180 e i 240 giorni. Per una risonanza magnetica, in alcune zone, il tempo medio supera l'anno. Cifre che trasformano il diritto alla prevenzione in un privilegio riservato a chi può permettersi il privato convenzionato o, peggio, il privato tout court.

Dal territorio alle corsie: dove i tagli fanno più male

Se la crisi ospedaliera è visibile, quella territoriale è spesso silenziosa ma altrettanto devastante. La riforma sanitaria avviata con la legge regionale 22 del 2021, presentata come una risposta alle fragilità emerse durante la pandemia, ha promesso la creazione delle Case di Comunità e degli Ospedali di Comunità come nuovi pilastri dell'assistenza di prossimità. La realtà, a distanza di anni, è però quella di strutture incomplete, sottofinanziate o affidate in gestione a soggetti privati con logiche di profitto difficilmente conciliabili con i bisogni delle fasce più vulnerabili della popolazione.

"Lavoro come medico di medicina generale da vent'anni in un comune del Pavese", racconta un professionista che preferisce mantenere l'anonimato per timore di ritorsioni professionali. "Negli ultimi cinque anni ho visto chiudere il punto di primo intervento del paese vicino, ridurre gli orari del consultorio, e sparire il servizio di assistenza domiciliare integrata per gli anziani non autosufficienti. I miei pazienti anziani, molti senza patente e senza figli vicini, non sanno più a chi rivolgersi."

La testimonianza non è isolata. Operatori sanitari, assistenti sociali e volontari delle associazioni di tutela dei pazienti convergono su un giudizio comune: la spending review regionale ha colpito in modo sproporzionato la medicina del territorio, ovvero quella branca del sistema sanitario che più di ogni altra funziona da ammortizzatore sociale per le persone anziane, per chi soffre di patologie croniche e per le famiglie con redditi medio-bassi.

Il modello lombardo: tra eccellenza e disuguaglianza

Il cosiddetto "modello lombardo" di sanità — fondato sulla competizione tra pubblico e privato accreditato e sulla libertà di scelta del paziente — ha prodotto innegabili eccellenze in alcuni settori ad alta specializzazione. Tuttavia, questo stesso modello ha storicamente privilegiato gli interventi remunerativi rispetto alla prevenzione, la cura delle acuzie rispetto alla gestione della cronicità, e i grandi centri rispetto alla periferia.

Con i vincoli di bilancio degli ultimi anni, queste distorsioni si sono accentuate. Il privato accreditato, che assorbe una quota significativa del Fondo Sanitario Regionale, tende a concentrarsi nelle aree urbane e nelle prestazioni più redditizie, abbandonando di fatto interi territori alla carenza di offerta pubblica. Il risultato è una geografia della salute sempre più iniqua, dove il codice postale incide sulla qualità e sulla tempestività delle cure quasi quanto le condizioni cliniche.

Voci dal fronte: chi resiste e chi cede

Non mancano, tuttavia, esperienze di resistenza e innovazione dal basso. In alcune zone della provincia di Como e del Mantovano, cooperative di medici di famiglia hanno sperimentato forme di associazionismo avanzato, integrando fisioterapisti, psicologi e assistenti sociali in strutture poliambulatoriali autogestite. Esperienze significative, spesso però nate nonostante le politiche regionali, non grazie ad esse.

Anche il mondo del terzo settore svolge una funzione di supplenza sempre più estesa, colmando vuoti che lo Stato regionale non riesce o non vuole coprire. Un ruolo prezioso, ma che non può e non deve diventare strutturale, pena la definitiva privatizzazione informale di servizi che la Costituzione garantisce come universali.

Cosa chiediamo: un cambio di rotta è possibile

La crisi della sanità lombarda non è un fenomeno naturale né inevitabile. È il prodotto di scelte politiche precise, di priorità di bilancio che hanno anteposto il pareggio contabile alla tutela della salute collettiva, e di un modello ideologico che fatica a riconoscere il valore intrinseco del pubblico.

Un'alternativa esiste ed è praticabile. Significa investire sulla medicina territoriale prima che sulle grandi infrastrutture ospedaliere di facciata. Significa assumere personale sanitario con contratti stabili e retribuzioni dignitose, anziché ricorrere a gettonisti e cooperative esterne. Significa ripensare il rapporto tra pubblico e privato accreditato, imponendo obblighi di servizio universale e trasparenza nei criteri di accreditamento.

Significa, in ultima analisi, scegliere da che parte stare: dalla parte di chi può pagare una visita privata, o dalla parte di chi no. Per un'altra Lombardia, la risposta non può che essere la seconda.

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