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Istruzione a due velocità: quando la scuola pubblica lombarda diventa un lusso per pochi

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Istruzione a due velocità: quando la scuola pubblica lombarda diventa un lusso per pochi

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C'è una crepa che attraversa la Lombardia da nord a sud, invisibile alle statistiche ufficiali ma concreta nella vita quotidiana di migliaia di famiglie. Non è una spaccatura geologica, ma educativa: la distanza crescente tra chi può permettersi un'istruzione di qualità e chi è costretto ad accontentarsi di ciò che rimane dopo anni di tagli sistematici al sistema scolastico pubblico. Mentre la giunta regionale celebra primati economici e attrattività internazionale, nelle aule di Sesto San Giovanni, Vigevano o Mantova si contano i collaboratori scolastici che mancano, i laboratori informatici fermi da anni e i tetti che perdono acqua ogni inverno.

Il personale ATA: il primo sacrificato sull'altare dell'efficienza

I collaboratori scolastici, gli assistenti amministrativi e il personale tecnico — le figure che compongono il cosiddetto personale ATA — rappresentano la spina dorsale operativa di ogni istituto. Eppure, sono stati tra i primi a pagare il prezzo delle politiche di razionalizzazione della spesa pubblica. Negli ultimi anni, le dotazioni organiche sono state progressivamente ridotte attraverso meccanismi di dimensionamento scolastico e mancato rinnovo dei contratti a tempo determinato, lasciando singole scuole con organici insufficienti a garantire anche le funzioni più elementari.

A Brescia, un istituto comprensivo che accoglie oltre ottocento studenti funziona con meno della metà dei collaboratori previsti dal contratto collettivo. Il risultato è che i pochi rimasti si trovano a coprire turni estenuanti, a rinunciare alle ferie e a svolgere mansioni che esulano dalle loro competenze contrattuali. «Siamo diventati tuttofare», racconta una collaboratrice che preferisce restare anonima per timore di ritorsioni. «Puliamo, sorvegliamo, accogliamo i genitori, gestiamo le emergenze sanitarie. E lo facciamo con stipendi che non tengono il passo con il costo della vita lombarda.»

Edifici fatiscenti: il patrimonio edilizio scolastico in stato di abbandono

La questione infrastrutturale è forse la più visibile e la meno affrontata. Secondo i dati del rapporto Ecosistema Scuola di Legambiente, una quota significativa degli edifici scolastici lombardi è stata costruita prima del 1974, anno di introduzione delle norme antisismiche. Molti di questi edifici non hanno mai subito ristrutturazioni profonde, e i fondi stanziati dalle amministrazioni locali — spesso in difficoltà finanziaria — coprono appena le manutenzioni ordinarie più urgenti.

Nei comuni della provincia di Pavia e nella Bassa Bresciana, non è raro trovare scuole con impianti di riscaldamento obsoleti che obbligano a sospendere le lezioni nei mesi più freddi, palestre inagibili da anni e bagni privi di acqua calda. Le famiglie che possono permetterselo rispondono iscrivendo i propri figli a istituti privati o paritari, spesso sovvenzionati con fondi pubblici regionali attraverso il controverso sistema dei voucher scolastici. Chi non può, resta.

Il business dell'esternalizzazione: quando il privato entra in classe

Forse l'aspetto più preoccupante della trasformazione in atto riguarda la progressiva esternalizzazione di servizi che un tempo erano parte integrante dell'offerta scolastica pubblica. Dalla gestione delle mense alle attività di supporto per studenti con disabilità, dal trasporto scolastico ai progetti di orientamento professionale, un numero crescente di funzioni viene affidato a cooperative e società private attraverso bandi spesso poco trasparenti.

In alcune province lombarde, cooperative legate a reti associative vicine ai partiti di governo regionale si sono aggiudicate appalti pluriennali per la gestione del supporto educativo specializzato, in un sistema che solleva interrogativi seri sulla qualità del servizio erogato e sull'assenza di controlli indipendenti. Non si tratta di demonizzare il privato sociale in sé, ma di interrogarsi su chi beneficia di questo sistema e a scapito di chi viene costruito.

Voucher e paritarie: il riequilibrio che non arriva

La Regione Lombardia ha storicamente sostenuto le scuole paritarie con contributi diretti e indiretti che, secondo i critici, sottraggono risorse preziose al sistema pubblico senza garantire un effettivo ampliamento del diritto all'istruzione. Il sistema dei voucher per le famiglie che scelgono il privato viene presentato come strumento di libertà di scelta educativa. In realtà, secondo molti esperti di politiche scolastiche, finisce per avvantaggiare chi già dispone delle risorse economiche per integrare la retta privata con il contributo pubblico, lasciando indietro le famiglie più fragili.

L'effetto complessivo è la creazione di un sistema duale: scuole pubbliche sempre più depauperate di risorse e personale, che faticano ad attrarre insegnanti qualificati e a mantenere un'offerta formativa ampia; e scuole private o paritarie che possono contare su finanziamenti misti e su un'utenza selezionata socialmente. Una selezione che si maschera da merito ma che, troppo spesso, riflette semplicemente il reddito familiare.

Le famiglie tra rinunce e resistenza

Di fronte a questo scenario, le risposte delle famiglie lombarde sono variegate. Alcune si organizzano in comitati spontanei, come quello nato attorno a un istituto di Cinisello Balsamo che ha ottenuto, dopo mesi di pressioni, l'avvio dei lavori di ristrutturazione di un'ala dell'edificio principale. Altre scelgono la strada della supplenza privata, iscrivendo i figli a doposcuola a pagamento per compensare le ore di laboratorio o di sostegno che la scuola pubblica non riesce più a garantire.

Ma questa capacità di reagire non è distribuita uniformemente. Nei quartieri periferici delle grandi città e nei comuni più piccoli dell'hinterland, dove il reddito medio delle famiglie è più basso e le reti di supporto informale meno strutturate, la riduzione dei servizi scolastici si traduce direttamente in abbandono precoce, demotivazione e riduzione delle prospettive future dei giovani.

Quale scuola vogliamo per la Lombardia?

La domanda che questa inchiesta lascia aperta non riguarda solo la gestione amministrativa degli istituti o l'allocazione delle risorse nei bilanci regionali. Riguarda il tipo di società che vogliamo costruire. Una Lombardia che investe nella scuola pubblica come motore di mobilità sociale e coesione civile, o una regione che accetta silenziosamente la trasformazione dell'istruzione in un mercato dove la qualità si acquista?

La risposta non può venire solo da Roma o da Bruxelles. Deve nascere da una pressione civile e politica che sappia nominare le cose con il loro nome: non spending review, ma scelta politica. Non razionalizzazione, ma rinuncia. E soprattutto: non efficienza, ma ingiustizia.

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