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Ricercatori in gabbia, atenei in declino: il prezzo nascosto dell'austerità universitaria in Lombardia

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Ricercatori in gabbia, atenei in declino: il prezzo nascosto dell'austerità universitaria in Lombardia

La Lombardia ama raccontarsi come locomotiva d'Italia, come territorio dove il merito trova spazio e il talento viene riconosciuto. Eppure, se si entra nei corridoi dei suoi atenei — da Pavia a Brescia, da Milano a Bergamo — si incontra una generazione di ricercatori e docenti che quella narrazione non riesce a riconoscersi. Sono persone che hanno dedicato anni, spesso decenni, alla formazione e alla produzione scientifica, e che si ritrovano incastrate in un sistema dove i contratti a tempo determinato si accumulano come anelli di una catena che non porta da nessuna parte.

Non si tratta di casi isolati né di sfortune individuali. Si tratta di una scelta politica sistematica, mascherata da necessità contabile.

Il blocco del turnover e le sue conseguenze silenziose

Tra il 2010 e il 2022, il sistema universitario italiano ha subito una delle contrazioni di personale più drastiche d'Europa. In Lombardia, dove si concentrano alcuni degli atenei più grandi e più frequentati del paese — il Politecnico di Milano, la Statale, la Cattolica, la Bicocca — il blocco parziale del turnover ha prodotto effetti che si misurano non soltanto in termini di cattedre vacanti, ma anche in qualità della didattica, capacità di ricerca e attrattività internazionale.

Secondo i dati del Ministero dell'Università e della Ricerca, tra il 2008 e il 2018 il numero di docenti di ruolo negli atenei lombardi si è ridotto di oltre il 12 per cento, mentre le iscrizioni universitarie sono rimaste sostanzialmente stabili. Il risultato è un rapporto studenti-docenti che in molte facoltà ha raggiunto livelli insostenibili, scaricando sui professori associati e ordinari — sempre meno numerosi — un carico didattico che lascia poco spazio alla ricerca.

Ma il dato più inquietante riguarda chi sta al fondo della gerarchia accademica: i ricercatori a tempo determinato di tipo A e B, i cosiddetti RTD, e gli assegnisti di ricerca. Sono loro il vero serbatoio intellettuale degli atenei lombardi, e sono loro a pagare il prezzo più alto dell'austerità.

Una generazione sospesa tra contratti e speranze

Un assegnista di ricerca in Lombardia guadagna mediamente tra i 1.200 e i 1.500 euro netti al mese, con contratti rinnovabili per un massimo di quattro anni. Alla scadenza, se non si apre una posizione da RTD, la strada è sbarrata. Molti restano nel sistema attraverso collaborazioni, contratti di insegnamento a gettone, partecipazioni a progetti europei che garantiscono uno stipendio per qualche mese e poi si esauriscono.

La precarietà non è un incidente del percorso: è strutturale. E in una regione dove il costo della vita — soprattutto a Milano — ha raggiunto livelli paragonabili a quelli delle capitali europee, vivere con quei compensi significa rinunciare a costruire qualsiasi progetto di vita stabile. Non è un caso che il tasso di emigrazione accademica dalla Lombardia verso l'estero sia tra i più alti d'Italia: la Germania, la Francia, il Regno Unito e i Paesi Bassi assorbono ogni anno decine di ricercatori lombardi che trovano oltreconfine le condizioni che qui vengono negate.

Il paradosso del finanziamento regionale

La Regione Lombardia non è l'unica responsabile del finanziamento universitario — che dipende in larga parte dallo Stato attraverso il Fondo di Finanziamento Ordinario — ma ha strumenti propri che potrebbe utilizzare con ben altra ambizione. I fondi regionali destinati alla ricerca e all'alta formazione sono rimasti sostanzialmente invariati nell'ultimo decennio, nonostante la crescita del PIL regionale e le dichiarazioni ricorrenti sull'importanza dell'innovazione e della conoscenza come leve di sviluppo.

Il paradosso è evidente: Palazzo Lombardia investe generosamente in infrastrutture, in grandi eventi, in comunicazione istituzionale, ma lesina sulle borse di dottorato, sui laboratori, sui contratti di ricerca. Si parla di Silicon Valley padana, di ecosistema dell'innovazione, di startup e di imprenditorialità, ma si dimentica che ogni ecosistema ha bisogno di radici, e le radici della conoscenza si chiamano università.

Un confronto con la Baviera — regione tedesca spesso evocata come modello dall'attuale classe dirigente lombarda — è illuminante e imbarazzante al tempo stesso. La Baviera investe in ricerca e alta formazione circa il doppio pro capite rispetto alla Lombardia, mantiene percorsi di carriera accademica definiti e accessibili, e attira ricercatori da tutto il mondo. La Lombardia, invece, li forma e poi li regala.

Il costo reale del risparmio

Si tende a presentare il contenimento della spesa universitaria come una scelta responsabile, come il segno di un'amministrazione oculata che non disperde risorse pubbliche. Ma questa narrazione ignora deliberatamente il costo reale del mancato investimento.

Ogni ricercatore che lascia la Lombardia porta con sé anni di formazione finanziata in parte da denaro pubblico, reti di collaborazione internazionale, competenze specifiche che difficilmente si ricostituiscono. Ogni laboratorio che chiude per mancanza di fondi interrompe filiere di ricerca che avrebbero potuto produrre brevetti, applicazioni industriali, soluzioni a problemi sociali. Ogni cattedra non bandita è un segnale che scoraggia i giovani più brillanti dall'intraprendere la carriera accademica.

Gli economisti dell'istruzione stimano che ogni euro investito nell'università generi un ritorno tra i tre e i cinque euro in termini di crescita economica, innovazione e produttività nel lungo periodo. Rinunciare a quell'investimento non è risparmio: è un debito che si accumula silenziosamente e che le generazioni future si troveranno a dover ripagare.

Trasparenza, governance e diritti negati

A rendere ancora più complessa la situazione è l'opacità con cui molti atenei lombardi gestiscono i processi di selezione e reclutamento. I concorsi per posizioni di ruolo vengono banditi con tempistiche imprevedibili, spesso dopo anni di attesa, e i criteri di valutazione non sempre garantiscono quella trasparenza che dovrebbe essere il fondamento di un sistema meritocratico.

Le rappresentanze sindacali dei precari universitari — da Rete 29 Aprile a Link e alle associazioni di dottorandi — denunciano da anni pratiche di cooptazione informale, favoritismi nelle commissioni di selezione e una cultura accademica che premia la fedeltà ai gruppi di potere più che la qualità scientifica. Palazzo Lombardia potrebbe intervenire, condizionando i propri finanziamenti a requisiti più stringenti di trasparenza e rendicontazione. Non lo fa.

Quale università vogliamo?

La domanda di fondo è semplice, anche se la risposta politica non lo è: che tipo di università vuole la Lombardia? Vuole atenei che formano professionisti per il mercato del lavoro e poi li espellono non appena si tratta di trattenerli come ricercatori? O vuole istituzioni capaci di produrre conoscenza, di attrarre talenti, di contribuire al benessere collettivo ben oltre i confini della produttività economica immediata?

Una politica progressista per l'università lombarda dovrebbe partire da tre priorità concrete: un piano straordinario di stabilizzazione del precariato accademico, un aumento significativo dei fondi regionali per la ricerca di base, e un sistema di governance che garantisca trasparenza e partecipazione nelle scelte strategiche degli atenei.

Non si tratta di utopia: si tratta di ciò che altre regioni europee già fanno. Si tratta di scegliere da che parte stare — dalla parte di chi ha investito anni nella conoscenza e merita rispetto, o dalla parte di chi quella conoscenza la consuma senza curarsi di riprodurla.

La Lombardia che vogliamo costruire non può permettersi di sprecare il suo capitale intellettuale sull'altare di un pareggio di bilancio che, alla fine, non pareggia nulla.

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