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Il miraggio della Silicon Valley padana: come i fondi di venture capital prosciugano il valore delle startup lombarde

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Il miraggio della Silicon Valley padana: come i fondi di venture capital prosciugano il valore delle startup lombarde

Milano, si dice, è la città più dinamica d'Italia per l'innovazione tecnologica. I dati sugli investimenti in startup sembrano confermarlo: negli ultimi anni la Lombardia ha attratto una quota sproporzionata del venture capital circolante nel Paese, con centinaia di milioni di euro convogliati verso giovani imprese che operano nei settori del fintech, della biotech, dell'intelligenza artificiale e della manifattura avanzata. Eppure, a guardare con attenzione cosa rimane di questo fermento dopo cinque o dieci anni, il quadro si fa molto meno rassicurante.

Le startup nascono, crescono, raccolgono capitali. Poi, quasi sistematicamente, i brevetti migrano, le sedi legali si spostano, i team vengono redistribuiti tra Londra, Amsterdam o Singapore. E la Lombardia resta con qualche ufficio vuoto, qualche co-working space affollato di nuove idee destinate allo stesso percorso, e una narrazione trionfante che nessuno sembra voler mettere in discussione.

Il meccanismo dell'exit: chi vince davvero

Il problema non sta nell'investimento in sé, ma nella struttura contrattuale che lo accompagna. I fondi di venture capital — siano essi italiani con sede a Milano o internazionali con rappresentanze locali — operano secondo una logica precisa: entrare nel capitale di una società promettente, accompagnarla nella fase di crescita, e poi monetizzare attraverso una cosiddetta exit, ovvero la vendita della propria quota a un acquirente terzo o tramite quotazione in borsa.

In apparenza, un meccanismo neutro. Nella pratica, una macchina che trasferisce sistematicamente valore dall'ecosistema locale verso centri finanziari distanti. Le clausole di drag-along, che obbligano i fondatori a vendere insieme ai fondi quando questi lo decidono, e le liquidation preferences, che garantiscono ai venture capitalist la priorità nel recupero del capitale in caso di vendita, rendono i fondatori lombardi ospiti nella propria impresa, non padroni.

Quando arriva l'acquirente — spesso una multinazionale americana, tedesca o asiatica — i brevetti vengono consolidati nelle holding madri, i team di ricerca vengono rilocati nei quartier generali stranieri, e le tecnologie sviluppate con intelligenza e fatica milanese finiscono per alimentare roadmap industriali decise altrove.

Brevetti in partenza, royalties mai arrivate

Un caso emblematico, pur senza fare nomi per ragioni legali, riguarda un cluster di startup attive nel settore della diagnostica medicale sviluppatosi nell'orbita del Politecnico di Milano e di alcuni istituti di ricerca bresciani. Diverse di queste imprese, nate con finanziamenti pubblici regionali e privati, hanno ceduto i propri portafogli brevettuali a holding con sede in Irlanda o nei Paesi Bassi nel giro di pochi anni dall'avvio. Le royalties generate dall'utilizzo commerciale di quelle tecnologie — tecnologie concepite e sviluppate in Lombardia, spesso con il contributo di fondi europei — vengono oggi contabilizzate in giurisdizioni fiscalmente vantaggiose, senza che un centesimo torni sotto forma di reinvestimento nel territorio d'origine.

Questo schema non è eccezionale. È la norma. E la Regione Lombardia, pur disponendo di strumenti come Finlombarda e di programmi dedicati all'innovazione, non sembra attrezzata — o forse non sufficientemente motivata — a introdurre meccanismi di tutela del valore generato localmente.

Il ruolo delle holding e l'opacità contrattuale

Dietro molti fondi di venture capital attivi in Lombardia si trovano strutture societarie di notevole complessità. Fondi con sede a Milano che fanno capo a gestori con sede a Lussemburgo, i quali a loro volta rispondono a limited partner istituzionali distribuiti tra Wall Street, i fondi sovrani del Golfo e i grandi family office europei. Questa catena di controllo rende estremamente difficile tracciare dove vadano effettivamente i profitti generati dall'innovazione lombarda.

Le startup, spesso guidate da fondatori giovani e tecnicamente brillanti ma privi di esperienza legale e finanziaria, firmano term sheet e accordi di investimento senza comprendere appieno le implicazioni di lungo periodo. Le clausole di anti-dilution, i vesting schedule asimmetrici, i diritti di first refusal e le disposizioni sulle information rights costruiscono un castello giuridico in cui l'investitore ha sempre l'ultima parola sulle decisioni strategiche che contano.

Non mancano voci critiche nell'ecosistema stesso. Alcuni fondatori, a distanza di anni dalle loro esperienze con il venture capital, descrivono un sistema in cui la promessa di crescita si trasforma rapidamente in perdita di controllo. «Ci hanno detto che eravamo partner», racconta un imprenditore del settore cleantech che preferisce restare anonimo, «ma quando è arrivato il momento di decidere se vendere all'acquirente americano o continuare a costruire in Italia, non avevamo voce in capitolo. Le clausole lo impedivano».

Cosa manca: politica industriale o volontà politica?

Il confronto con altri ecosistemi europei è istruttivo. In Francia, il programma French Tech ha introdotto meccanismi espliciti di ancoraggio territoriale per le imprese che ricevono finanziamenti pubblici, incluse disposizioni che limitano la delocalizzazione di attività di ricerca e sviluppo per un periodo minimo dopo l'investimento. In Germania, il modello dei Mittelstand tecnologici ha favorito una cultura dell'imprenditorialità paziente, meno incline alle exit rapide e più orientata alla costruzione di valore nel lungo periodo.

In Lombardia, invece, prevale una retorica dell'innovazione che misura il successo in termini di capitali raccolti e unicorni prodotti, senza interrogarsi su cosa rimanga nel territorio dopo che la festa è finita. Palazzo Lombardia celebra ogni round di finanziamento come una vittoria, ma tace sui trasferimenti di sede, sulla migrazione dei brevetti, sulla fuga dei team di ricerca.

Una politica industriale seria richiederebbe almeno tre interventi strutturali: l'introduzione di clausole di radicamento territoriale nei bandi pubblici per l'innovazione; la creazione di un registro pubblico dei trasferimenti di proprietà intellettuale originata con fondi regionali o europei; e un sistema di monitoraggio degli investimenti in startup che vada oltre la fotografia del momento dell'iniezione di capitale e segua il ciclo di vita completo dell'impresa.

Una narrazione da riscrivere

L'ecosistema dell'innovazione lombardo non è una finzione. Le competenze ci sono, le idee ci sono, e anche una parte significativa del capitale umano resta, almeno nella fase iniziale. Il problema è sistemico: le regole del gioco sono scritte da chi ha il potere contrattuale per farlo, e quel potere raramente appartiene ai fondatori lombardi o all'interesse pubblico regionale.

Continuare a raccontare Milano come la nuova frontiera dell'innovazione europea senza affrontare questi nodi strutturali è un esercizio di autocompiacimento che serve agli investitori, ai consulenti e alle agenzie di comunicazione che campano sull'hype. Non serve ai lavoratori delle startup, non serve ai ricercatori che vedono il proprio lavoro monetizzato altrove, e non serve a una Lombardia che vorrebbe davvero costruire un'economia della conoscenza radicata nel proprio territorio.

Per un'altra Lombardia, quella che produce valore e lo trattiene, servirebbe il coraggio di mettere in discussione la narrazione dominante. Servirebbe, soprattutto, una classe politica disposta a farlo.

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