Laboratori lombardi, dividendi stranieri: la proprietà intellettuale che parte e non torna
Photo: DutchTreat, CC BY-SA 4.0, via Wikimedia Commons
C'è una storia che la Lombardia ama raccontarsi: quella di una regione all'avanguardia nella ricerca scientifica, fucina di talenti e motore dell'innovazione europea. Politecnico di Milano, Università degli Studi, Bicocca, Pavia, Brescia — nomi che evocano tradizione accademica e ambizioni internazionali. Eppure, dietro la vetrina dell'eccellenza, si nasconde un meccanismo silenzioso e sistematico che sottrae valore al territorio: la fuga della proprietà intellettuale verso soggetti privati, spesso stranieri, che raccolgono i frutti di semi piantati con risorse pubbliche.
Il percorso di un brevetto: dalla cappa al portafoglio altrui
Il trasferimento tecnologico — cioè il processo attraverso cui una scoperta nata in laboratorio diventa prodotto commerciale — è in sé un fenomeno fisiologico e auspicabile. Il problema sorge quando le condizioni di questo trasferimento sono opache, sbilanciate e strutturalmente sfavorevoli all'ente pubblico che ha finanziato la ricerca.
In molti casi documentati negli ultimi anni, i contratti stipulati tra atenei lombardi e grandi aziende private prevedono cessioni esclusive dei diritti di sfruttamento brevettuale in cambio di royalties modeste, spesso calcolate su basi non verificabili o soggette a clausole di riservatezza che impediscono qualunque forma di controllo esterno. Il risultato è che un farmaco sviluppato in un laboratorio finanziato dal Ministero dell'Università e dalla Regione Lombardia può essere brevettato e commercializzato da una società con sede a Zurigo, Dublino o Singapore, generando profitti che non rientrano mai nel circuito economico locale.
Contratti opachi e accordi nell'ombra
La questione non riguarda singoli episodi, ma una tendenza strutturale. Gli uffici di trasferimento tecnologico degli atenei lombardi — le cosiddette strutture TTO (Technology Transfer Office) — operano spesso con risorse limitate e personale insufficiente, il che li rende vulnerabili nelle trattative con controparti private dotate di squadre legali specializzate.
Analizzando i dati disponibili — parziali, poiché molti accordi rimangono riservati per clausole contrattuali — emerge un quadro preoccupante. In settori strategici come la farmaceutica, la bioingegneria e l'intelligenza artificiale applicata alla diagnostica, la quota di brevetti lombardi che finisce sotto il controllo diretto di soggetti privati stranieri è significativamente superiore alla media europea. Non si tratta di una coincidenza, ma di un sistema che premia la velocità e la capacità negoziale delle multinazionali a scapito della tutela del patrimonio intellettuale pubblico.
Le clausole di riservatezza, spesso giustificate con la necessità di proteggere segreti industriali, di fatto impediscono ai cittadini — e persino agli organi di controllo regionali — di sapere a quali condizioni la conoscenza prodotta con i loro soldi viene ceduta. Un paradosso democratico che meriterebbe ben più attenzione di quanta ne riceva.
Il ruolo (mancato) della Regione
Palazzo Lombardia non è estraneo a questa storia. La Regione finanzia programmi di ricerca applicata, cofinanzia spin-off universitari e partecipa a bandi europei che portano risorse nei laboratori del territorio. Ma la governance di questi investimenti lascia molto a desiderare in termini di trasparenza e di tutela dell'interesse pubblico.
Non esiste, ad oggi, un registro pubblico e aggiornato dei brevetti generati con fondi regionali, né una politica organica che imponga agli atenei condizioni minime di equità nelle cessioni di proprietà intellettuale. La Regione finanzia, ma non monitora. Investe, ma non pretende rendiconto. E quando i profitti prendono la via di Londra o di Boston, nessuno sembra avere gli strumenti — o la volontà — per chiedere spiegazioni.
Alcuni consiglieri regionali di opposizione hanno sollevato la questione in passato, ottenendo risposte evasive o rinvii a commissioni che non hanno mai prodotto relazioni pubbliche. Il tema, evidentemente, non è abbastanza visibile da generare pressione politica sufficiente.
Il caso emblematico della ricerca biomedica
Il settore biomedico offre forse l'esempio più eloquente di questa dinamica. La Lombardia ospita alcuni dei centri di ricerca oncologica e cardiovascolare più avanzati d'Europa. Istituti come il Mario Negri, l'Istituto Europeo di Oncologia o i grandi laboratori del San Raffaele producono ogni anno decine di brevetti su molecole, dispositivi e procedure diagnostiche.
In diversi casi, queste scoperte vengono sviluppate in partnership con aziende farmaceutiche internazionali che, grazie ad accordi di licenza esclusiva, ottengono il controllo commerciale globale del prodotto. Le royalties che tornano all'istituto di ricerca italiano rappresentano una frazione minima del fatturato generato dal brevetto a livello mondiale. Il resto — talvolta miliardi di euro nell'arco del ciclo di vita di un farmaco — rimane nelle casse della casa madre estera.
Questa non è collaborazione internazionale: è cessione di sovranità scientifica ed economica.
Una riforma possibile, se ci fosse la volontà
Le soluzioni esistono e sono state adottate con successo in altri contesti europei. Il modello tedesco, ad esempio, prevede che le università mantengano quote azionarie nelle spin-off derivanti dalla ricerca pubblica, partecipando direttamente ai profitti dell'innovazione. In Francia, l'Agenzia Nazionale della Ricerca impone condizioni di licenza non esclusiva per i brevetti generati con fondi pubblici, garantendo un accesso più ampio e condizioni più eque per il territorio.
In Lombardia, invece, si continua a preferire la via della deregolamentazione e della negoziazione caso per caso, lasciando ogni ateneo a trattare individualmente con controparti molto più forti. Non è ingenuità: è una scelta politica precisa, che riflette la visione di chi governa la Regione e che avvantaggia i grandi player privati a scapito dell'interesse collettivo.
Sarebbe sufficiente introdurre alcune misure strutturali: l'obbligo di pubblicità per gli accordi di trasferimento tecnologico che coinvolgono fondi pubblici; la partecipazione obbligatoria della Regione — anche solo simbolica — ai proventi dei brevetti cofinanziati; la creazione di un'agenzia regionale indipendente per la valutazione e la tutela della proprietà intellettuale pubblica.
Conclusione: la conoscenza non è una merce da svendere
La Lombardia spende centinaia di milioni di euro ogni anno in ricerca e sviluppo. I suoi laboratori producono conoscenza di qualità mondiale. Ma se questa conoscenza viene sistematicamente trasferita all'esterno senza adeguate garanzie di ritorno economico e sociale per il territorio, l'investimento pubblico diventa una sussidio occulto all'industria privata internazionale.
Chiedere trasparenza, equità e controllo democratico sui processi di trasferimento tecnologico non è un atto di chiusura verso il mondo: è la condizione minima per garantire che l'innovazione lombarda serva prima di tutto i lombardi. Una regione che ambisce a essere locomotiva d'Europa non può permettersi di cedere il suo carburante intellettuale a prezzi di realizzo.