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Atenei di serie A e di serie Z: come la Lombardia svuota la ricerca e regala i suoi cervelli al mondo

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Atenei di serie A e di serie Z: come la Lombardia svuota la ricerca e regala i suoi cervelli al mondo

Photo: Nsuku Pius, CC BY 4.0, via Wikimedia Commons

C'è una narrazione che Palazzo Lombardia ama ripetere con orgoglio: la regione sarebbe un faro dell'eccellenza universitaria italiana, un polo attrattivo per studenti e ricercatori da tutto il mondo. Politecnico di Milano, Bocconi, Statale: nomi che risuonano nei ranking internazionali e nei comunicati stampa della giunta regionale. Ma questa vetrina, per quanto lucente, nasconde una realtà molto più scomoda che riguarda decine di migliaia di studenti, centinaia di ricercatori precari e interi territori lasciati indietro da una politica di finanziamento che non ha nulla di neutrale.

La mappa dei fondi: chi prende e chi resta a secco

Analizzando la distribuzione dei finanziamenti regionali destinati alla ricerca universitaria negli ultimi cinque anni, emerge un quadro che difficilmente può essere descritto come frutto di criteri puramente meritocratici. Gli atenei storicamente radicati nel capoluogo — o comunque dotati di strutture amministrative solide e di relazioni consolidate con il mondo istituzionale — intercettano la quota largamente maggioritaria delle risorse disponibili. Gli atenei di Brescia, Pavia, Bergamo, Insubria e Cremona si trovano invece in una posizione strutturalmente subalterna, non perché la qualità della loro ricerca sia inferiore in termini assoluti, ma perché i parametri di valutazione adottati tendono a premiare la massa critica già esistente, in un circolo vizioso difficile da spezzare.

Il meccanismo è semplice quanto perverso: gli indicatori bibliometrici e di impatto adottati nei bandi regionali favoriscono le istituzioni già attrezzate per rispondere a quei criteri. Chi ha più fondi può assumere più personale di supporto, produrre più pubblicazioni, partecipare a più reti internazionali. Chi parte svantaggiato resta svantaggiato. La cosiddetta meritocrazia diventa così una formula per cristallizzare le gerarchie esistenti, non per premiare il merito reale.

Ricercatori in fuga: i numeri che la Regione non pubblica

Nel silenzio istituzionale, i dati sull'emigrazione dei ricercatori lombardi raccontano una storia che nessun assessore si affretta a commentare. Secondo le elaborazioni di diversi osservatori indipendenti, la Lombardia perde ogni anno una quota significativa di dottorandi e assegnisti di ricerca formati nelle proprie università — soprattutto quelli provenienti dagli atenei minori — che scelgono di trasferirsi in altri paesi europei o negli Stati Uniti. Non per mancanza di attaccamento al territorio, ma per assenza di prospettive concrete.

Il problema non è solo la scarsità di posizioni permanenti — piaga nazionale ben nota — ma la qualità e la continuità dei contratti a termine. In molti atenei lombardi periferici, i ricercatori a tempo determinato si trovano a lavorare con contratti rinnovati di anno in anno, spesso senza garanzie di continuità nemmeno per i progetti già avviati. La precarietà non è un incidente di percorso: è una condizione strutturale che la politica regionale non ha mai affrontato con strumenti adeguati.

Le cattedre che non ci sono: il paradosso delle discipline strategiche

Uno degli aspetti più paradossali di questa situazione riguarda proprio le discipline che la Regione dichiara di voler potenziare: le STEM, l'intelligenza artificiale, le biotecnologie, la transizione ecologica. In diversi atenei lombardi non metropolitani, i dipartimenti dedicati a queste materie soffrono di una cronica carenza di docenti strutturati. Cattedre bandite e mai coperte per anni, laboratori aperti ma privi di personale qualificato, corsi di laurea che faticano a mantenere un'offerta formativa coerente.

La contraddizione è stridente: la Lombardia si presenta come la regione più innovativa d'Italia, capace di attrarre investimenti nel settore tecnologico, ma non riesce — o non vuole — garantire un sistema universitario diffuso e robusto che formi i professionisti di cui quel sistema produttivo avrebbe bisogno. Il risultato è che le imprese lombarde di medie dimensioni, spesso radicate nelle province, faticano a trovare competenze locali e sono costrette a rivolgersi altrove.

La retorica dell'eccellenza come strumento di esclusione

Sarebbe ingenuo pensare che tutto questo sia frutto di mera incompetenza gestionale. La concentrazione dei finanziamenti verso pochi atenei di élite risponde a una logica politica precisa: costruire un'immagine di eccellenza regionale spendibile sul piano della competizione internazionale, a prescindere dal costo che questa scelta impone ai territori e alle persone che non rientrano nel cerchio privilegiato.

Quando la Regione annuncia nuovi bandi per la ricerca, i criteri vengono calibrati in modo da escludere di fatto i soggetti più deboli. Non si tratta quasi mai di discriminazione esplicita, ma di una serie di requisiti tecnici — dimensione minima del consorzio, volume minimo di pubblicazioni, presenza di partner industriali certificati — che operano come filtri selettivi. Chi non ha già una rete consolidata, chi opera in un contesto istituzionale meno attrezzato, chi lavora su tematiche meno immediatamente monetizzabili, viene sistematicamente tagliato fuori.

Cosa si potrebbe fare, se solo si volesse

Esistono alternative concrete a questo modello. Diversi paesi europei hanno sperimentato con successo sistemi di finanziamento universitario che prevedono quote riservate agli atenei in via di sviluppo, meccanismi di perequazione territoriale, incentivi specifici per le discipline a rischio di abbandono. In Italia, alcune regioni stanno esplorando forme di cofinanziamento che valorizzano il radicamento territoriale dell'università, la sua capacità di dialogare con le comunità locali, non solo la produzione scientifica misurabile.

La Lombardia potrebbe fare lo stesso. Potrebbe scegliere di considerare l'università non solo come un motore di competitività economica, ma come un presidio culturale e civile del territorio. Potrebbe decidere che formare un buon medico di medicina generale per la Valtellina o un ingegnere idraulico per la gestione dei fiumi della pianura ha lo stesso valore strategico che produrre una startup tecnologica a Milano.

Ma per fare questo servirebbe una visione politica che metta al centro la coesione territoriale, non la corsa ai ranking. E servirebbe il coraggio di dire che l'eccellenza di pochi, pagata con l'abbandono di molti, non è un modello di sviluppo: è una scelta di classe.

Una regione che si mangia il futuro

La Lombardia che drena cervelli formati nelle sue università periferiche per poi vederli emigrare, che finanzia con generosità chi è già forte e lascia sopravvivere a stento chi è più fragile, non è una regione che investe nel proprio futuro. È una regione che consuma il capitale umano che essa stessa ha contribuito a formare, senza preoccuparsi del costo sociale di questa dispersione.

I giovani ricercatori che lasciano Brescia o Bergamo per Berlino o Londra non lo fanno per capriccio. Lo fanno perché il sistema che avrebbero dovuto sostenere ha scelto di non investire su di loro. Ed è una scelta politica, non una fatalità. Come tale, può essere cambiata. Ma solo se si smette di raccontare favole sull'eccellenza e si inizia a fare i conti con la realtà di un sistema universitario sempre più diseguale, sempre più svuotato, sempre più lontano dai bisogni reali della Lombardia che non si vede.

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