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Filantropia o potere occulto? Come le grandi fondazioni private ridisegnano l'agenda politica della Lombardia

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Filantropia o potere occulto? Come le grandi fondazioni private ridisegnano l'agenda politica della Lombardia

Photo: Unknown, Public domain, via Wikimedia Commons

C'è un luogo dove le decisioni che riguardano milioni di lombardi vengono discusse prima ancora di approdare in Consiglio regionale. Non è un'aula istituzionale, non è una sede di partito. È la sala riunioni di una fondazione, spesso nella Milano dei grattacieli e dei portoni in marmo, dove si incontrano banchieri in pensione, manager di lungo corso e qualche assessore di passaggio. Il tutto avvolto nel linguaggio rassicurante della filantropia, della responsabilità sociale, del bene comune.

Eppure, dietro la patina del mecenatismo, si articola un sistema di influenza che merita di essere chiamato con il suo nome: potere.

Il peso specifico delle fondazioni bancarie

In Lombardia operano alcune delle fondazioni di origine bancaria più ricche d'Italia. Fondazione Cariplo, con un patrimonio che supera i sette miliardi di euro, è la più nota e la più potente. Ogni anno eroga centinaia di milioni di euro in progetti che spaziano dalla ricerca scientifica alle politiche abitative, dall'ambiente alla coesione sociale. Una mole di risorse che nessun ente pubblico regionale riesce a mobilitare con altrettanta rapidità e discrezionalità.

Il punto non è che queste fondazioni facciano del male — molti dei progetti finanziati hanno un valore autentico. Il punto è chi decide cosa finanziare, secondo quali criteri, con quali effetti sull'agenda pubblica e, soprattutto, con quale legittimazione democratica.

Le fondazioni bancarie nascono dalla privatizzazione degli istituti di credito negli anni Novanta, in base alla cosiddetta Legge Amato-Carli. Da allora hanno accumulato patrimoni ingenti e una capacità di spesa che le rende attori politici a tutti gli effetti, pur senza rispondere a nessun elettore.

Think tank, riviste e laboratori di idee: l'ecosistema dell'influenza

La vera potenza delle fondazioni lombarde non si misura solo in euro erogati, ma nella capacità di costruire un ecosistema culturale e intellettuale che precede e orienta le scelte politiche. Negli ultimi due decenni, le principali fondazioni hanno finanziato direttamente o indirettamente decine di think tank, centri studi, riviste di policy e piattaforme di ricerca applicata.

Alcuni di questi soggetti producono rapporti che vengono poi citati — spesso in modo acritico — nei documenti programmatici della Regione Lombardia. Le raccomandazioni di policy elaborate da centri studi finanziati da Fondazione Cariplo o da fondazioni aziendali come quella di un noto gruppo assicurativo milanese finiscono per diventare la cornice concettuale entro cui si muovono i funzionari regionali. Non per corruzione, sia chiaro: per osmosi culturale, per frequentazione condivisa, per appartenenza a reti sociali sovrapposte.

Il risultato è che certi modelli di governance — la sussidiarietà spinta, il welfare mix, la privatizzazione dei servizi di prossimità — vengono presentati come soluzioni tecniche neutrali, quando in realtà rispecchiano una visione precisa del rapporto tra Stato e mercato, tra pubblico e privato.

I legami personali: chi siede dove

Bastarebbe scorrere i curricula dei componenti dei consigli di amministrazione delle principali fondazioni lombarde per rendersi conto di quanto siano fitti i legami con il ceto politico regionale. Ex assessori che dopo la fine del mandato trovano posto in fondazioni da loro stessi co-finanziate durante il governo della Regione. Dirigenti fondazionali che siedono in commissioni tecniche regionali senza che nessuno segnali il potenziale conflitto di interessi. Manager di fondazione che partecipano a tavoli istituzionali come «esperti indipendenti», portando con sé agende che corrispondono esattamente agli interessi dei soggetti che li remunerano.

Questo non è necessariamente illecito. Ma è profondamente problematico dal punto di vista della trasparenza democratica. Le nomine nei vertici delle fondazioni bancarie — spesso legate a designazioni degli enti locali o delle associazioni di categoria — creano catene di influenza che percorrono trasversalmente il sistema politico lombardo, indipendentemente dal colore del governo regionale.

Il welfare esternalizzato: quando la fondazione fa lo Stato

Un capitolo a parte merita il ruolo crescente delle fondazioni nell'erogazione di servizi che un tempo erano di competenza pubblica. In diversi ambiti — dalla non autosufficienza agli anziani, dal sostegno alle famiglie vulnerabili all'inclusione dei migranti — le fondazioni lombarde hanno progressivamente sostituito o affiancato il pubblico, spesso in una logica di complementarità che nasconde una vera e propria delega.

Il problema non è l'esistenza di questo welfare privato: in molti casi supplisce a carenze reali del sistema pubblico. Il problema è che questa supplenza avviene senza contrattazione pubblica, senza standard condivisi, senza forme di rendicontazione ai cittadini paragonabili a quelle cui sono soggetti gli enti pubblici. E soprattutto avviene in modo selettivo: le fondazioni scelgono i territori, le categorie, i progetti che ritengono meritevoli, in base a criteri che non sono stati discussi democraticamente.

Così, alcune aree della Lombardia — tipicamente quelle con maggiore densità di reti associative e capitale sociale — ricevono una pioggia di finanziamenti fondazionali, mentre altre restano sistematicamente escluse. La geografia dell'influenza fondazionale replica e spesso amplifica le disuguaglianze territoriali che già strutturano la regione.

La trasparenza che non c'è

Le fondazioni pubblicano bilanci e relazioni annuali. Ma la trasparenza formale non equivale a trasparenza sostanziale. I criteri con cui vengono selezionati i progetti da finanziare, i processi decisionali interni, i contatti informali con la politica, le logiche di lungo periodo che guidano le strategie fondazionali: tutto questo rimane nell'ombra, accessibile solo a chi frequenta quei salotti.

L'Autorità per il Terzo Settore ha poteri limitati sulle fondazioni bancarie, che godono di uno statuto giuridico peculiare. La Corte dei conti non ha giurisdizione su di esse. Il Parlamento e il Consiglio regionale raramente le convocano in audizione. Il risultato è un vuoto di controllo democratico attorno a soggetti che esercitano un'influenza politica enorme.

Cosa si può fare

Non si tratta di demonizzare la filantropia o di nazionalizzare le fondazioni. Si tratta di riconoscere che un soggetto privato che orienta politiche pubbliche deve essere soggetto a forme di accountability pubblica. Alcune proposte concrete sono già in circolazione: obbligo di registrazione dei contatti con i decisori pubblici (lobbying disclosure), incompatibilità più stringenti tra cariche fondazionali e incarichi istituzionali, audizioni periodiche in Consiglio regionale, standard di trasparenza sui criteri di selezione dei beneficiari.

Ma prima ancora delle norme, serve una presa di coscienza collettiva. I lombardi hanno il diritto di sapere chi influenza le politiche che riguardano la loro vita quotidiana. E hanno il diritto di pretendere che questo potere, qualunque sia la sua forma, risponda a qualcuno oltre che a se stesso.

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