Milioni di euro per il digitale lombardo: chi ne beneficia davvero e chi resta indietro
La vetrina digitale e ciò che nasconde
Ogni anno, Palazzo Lombardia sfoggia con orgoglio numeri da capogiro: piattaforme rinnovate, portali integrati, servizi online moltiplicati. La narrazione ufficiale dipinge una regione all'avanguardia, capofila della modernizzazione amministrativa italiana. Eppure, a pochi chilometri dal grattacielo di via Melchiorre Gioia, esistono realtà ben diverse: comuni con meno di tremila abitanti che faticano a interfacciarsi con i sistemi regionali, sportelli fisici soppressi senza che quelli digitali funzionino davvero, e anziani abbandonati a se stessi davanti a schermi che non sanno usare e che nessuno si è preoccupato di insegnare loro a leggere.
La transizione digitale lombarda, così come è stata concepita e finanziata, rischia di essere uno dei più costosi equivoci istituzionali degli ultimi decenni. Non perché la tecnologia sia sbagliata in sé, ma perché le scelte politiche che ne hanno guidato l'implementazione hanno sistematicamente ignorato le disuguaglianze territoriali e sociali che caratterizzano questa regione.
I numeri degli investimenti e le domande senza risposta
Nel solo triennio 2021-2023, la Regione Lombardia ha destinato risorse significative — stimate tra i 200 e i 300 milioni di euro, tra fondi propri e cofinanziamenti europei — a progetti di digitalizzazione della pubblica amministrazione. Una cifra rilevante, che avrebbe dovuto tradursi in servizi più accessibili, procedure più snelle e una maggiore equità nell'accesso alle prestazioni pubbliche.
La realtà documentata da chi lavora nei piccoli enti locali racconta però un'altra storia. Molte delle piattaforme sviluppate con questi fondi sono state progettate su misura per strutture amministrative medio-grandi, dotate di personale tecnico specializzato e connessioni a banda larga stabile. Per un comune montano della Valtellina o un piccolo centro dell'Oltrepò Pavese, integrarsi con questi sistemi significa spesso investire risorse proprie già esigue in formazione, adeguamento infrastrutturale e consulenze esterne. Risorse che semplicemente non esistono.
Nessuna valutazione di impatto territoriale seria è stata condotta prima del lancio di queste piattaforme. Nessuna analisi sistematica ha misurato quanti comuni siano effettivamente in grado di adottarle senza supporto aggiuntivo. Gli uffici regionali competenti, interpellati da più parti negli ultimi mesi, hanno risposto con comunicati generici che celebrano il numero di enti «aderenti» senza distinguere tra chi usa davvero i servizi e chi si è limitato a firmare un accordo di adesione formale.
Il mercato digitale pubblico e i suoi beneficiari reali
Dietro ogni piattaforma regionale c'è un contratto. E dietro ogni contratto, un soggetto privato che lo ha ottenuto. L'ecosistema degli appalti digitali lombardi è dominato da un numero ristretto di grandi operatori — spesso multinazionali o loro controllate italiane — che si aggiudicano commesse pluriennali attraverso procedure che, pur formalmente rispettose del codice degli appalti, lasciano poco spazio alla concorrenza reale.
Le gare vengono strutturate con requisiti tecnici ed economici talmente elevati da scoraggiare la partecipazione di imprese locali di medie dimensioni, spesso più attrezzate a comprendere le specificità del territorio lombardo. Il risultato è una concentrazione di risorse pubbliche in pochi soggetti che, una volta aggiudicatosi un contratto, acquisiscono un vantaggio competitivo quasi insormontabile per i rinnovi successivi. Si crea così una dipendenza tecnologica strutturale: la Regione diventa ostaggio delle scelte architetturali dei propri fornitori, con costi di uscita proibitivi che rendono ogni tentativo di cambio rotta economicamente insostenibile.
Questo fenomeno — noto agli esperti come vendor lock-in — non è una fatalità tecnica ma una scelta politica. Basterebbe privilegiare soluzioni basate su standard aperti e software libero per ridurre drasticamente questa dipendenza. Ma farlo significherebbe rinunciare a relazioni consolidate con fornitori che, nel tempo, hanno saputo costruire canali di influenza ben oltre i tavoli tecnici.
Chi resta fuori dal digitale e perché non è una coincidenza
L'esclusione digitale in Lombardia non colpisce in modo casuale. Seguono linee precise: geografiche, sociali, generazionali. Le aree montane e le periferie rurali della Bassa padana soffrono ancora di infrastrutture di connettività inadeguate, nonostante anni di promesse sul completamento della fibra ottica. Senza connessione stabile, ogni piattaforma digitale è semplicemente inutilizzabile.
Ma anche nelle aree ben connesse, il problema persiste. Gli anziani — che in Lombardia rappresentano una quota crescente della popolazione, soprattutto nei piccoli comuni — si trovano di fronte a interfacce progettate da ingegneri per ingegneri, prive di qualsiasi attenzione all'usabilità per chi non ha dimestichezza con gli strumenti informatici. I migranti con scarsa padronanza dell'italiano incontrano portali quasi mai disponibili in lingue diverse. Le persone con disabilità visive o cognitive si scontrano con sistemi che ignorano i più elementari standard di accessibilità.
Questa non è distrazione. È il riflesso di un modello di sviluppo tecnologico che non ha mai messo al centro i bisogni dei cittadini più vulnerabili, preferendo ottimizzare i processi interni dell'amministrazione e costruire vetrine comunicative efficaci verso un pubblico già digitalmente alfabetizzato.
Un'alternativa è possibile, ma richiede una scelta politica
Esistono modelli diversi, e non occorre guardare lontano per trovarli. Alcune regioni europee hanno scelto di investire prima nelle competenze digitali delle comunità locali, finanziando centri di facilitazione distribuiti sul territorio, formando mediatori digitali nei comuni più piccoli, costruendo reti di supporto tra enti locali per condividere risorse tecniche. Solo dopo — e sulla base di bisogni reali rilevati dal basso — hanno sviluppato le piattaforme.
In Lombardia si è fatto esattamente il contrario: prima la piattaforma, poi (forse, eventualmente, un giorno) la formazione. Prima il contratto con il grande fornitore, poi la scoperta che metà degli enti teoricamente destinatari non riesce ad usare il servizio.
Una vera politica digitale progressista dovrebbe partire da una domanda semplice ma radicale: a chi serve questo strumento? E dovrebbe essere disposta a rimettere in discussione contratti già firmati, modelli già adottati, relazioni già consolidate, se la risposta a quella domanda rivela che a beneficiarne sono soprattutto i fornitori e le grandi municipalità, non i cittadini che ne avrebbero più bisogno.
La Lombardia che non si vede nei comunicati stampa
La Regione continuerà a pubblicare i suoi report sull'innovazione digitale, a presentare premi e riconoscimenti internazionali per le sue piattaforme, a raccontare di una Lombardia all'avanguardia. Nel frattempo, a Piazza Brembana come a Zavattarello, a Mazzo di Valtellina come a Broni, i cittadini continueranno a fare code fisiche per servizi che teoricamente esistono online, a chiedere aiuto ai figli o ai nipoti per compilare moduli pensati per esperti informatici, a sentirsi estranei in una modernità che qualcuno ha deciso per loro senza mai chiedergli cosa volessero davvero.
Questa è la Lombardia che non appare nei comunicati stampa di Palazzo Lombardia. Quella che Per un'Altra Lombardia continua a raccontare.