Quando il silenzio vota: astensionismo e rendita di potere nella Lombardia che si volta dall'altra parte
C'è un elettore che non troverete nei seggi il giorno delle regionali lombarde. Non è malato, non è all'estero, non ha dimenticato la data. Ha semplicemente deciso — o è stato indotto a decidere — che il suo voto non cambia nulla. Questo elettore fantasma, moltiplicato per centinaia di migliaia, è diventato nel tempo la più solida base di consenso del sistema di potere padano: un consenso passivo, silenzioso, ma straordinariamente efficace nel preservare lo status quo.
La Lombardia detiene da anni un primato poco celebrato: è una delle regioni italiane con il tasso di partecipazione elettorale più in calo nelle consultazioni regionali. Alle ultime elezioni del 2023, meno di un lombardo su due ha scelto di esprimere la propria preferenza. Una cifra che avrebbe dovuto scuotere le coscienze civili della regione più ricca e più popolosa d'Italia. Invece, è stata archiviata quasi con sollievo da chi governa.
Il deserto civile non nasce da solo
Sarebbe comodo liquidare l'astensionismo come un fenomeno naturale, un riflesso automatico della modernità individualistica. Ma un'analisi più attenta rivela che il disimpegno civile in Lombardia ha radici precise, alcune delle quali affondano in scelte politiche e comunicative tutt'altro che casuali.
La complessità artificiale del sistema amministrativo regionale, per esempio, scoraggia sistematicamente la partecipazione informata. Quando un cittadino non riesce a capire chi decide cosa — se la Regione, il Comune, l'ATS, l'ASST o una delle decine di società partecipate che gestiscono servizi essenziali — finisce per rinunciare all'idea stessa di poter incidere. L'opacità non è sempre un difetto del sistema: a volte è la sua funzione principale.
A questo si aggiunge un'informazione locale sempre più asfittica. Le redazioni dei giornali di provincia lombardi si sono assottigliate fino all'osso. I cronisti che seguivano i consigli comunali, le commissioni regionali, le gare d'appalto locali, sono stati sostituiti da comunicati stampa rielaborati e da contenuti sponsorizzati. Chi non sa cosa accade difficilmente si mobilita per cambiarlo.
La geografia dell'indifferenza
L'astensionismo lombardo non è distribuito uniformemente sul territorio. Concentrandosi sui dati elettorali comune per comune, emerge una mappa precisa della disaffezione: colpisce in modo sproporzionato le periferie urbane, le cinture industriali in declino, i quartieri con alta concentrazione di lavoratori precari e di famiglie a basso reddito. Colpisce, in altre parole, esattamente quella parte di Lombardia che avrebbe più interesse a un cambiamento delle politiche regionali.
Nelle aree benestanti della Brianza, nei comuni del basso Lago di Como, nelle zone rurali del mantovano tradizionalmente legate alle reti clientelari locali, la partecipazione resta comparativamente più alta — e orientata con grande coerenza verso le forze che governano da decenni. Non è un caso: lì le reti di intermediazione politica sono ancora solide, il voto ha ancora un prezzo e un ritorno percepibile, in termini di favori, di accesso ai servizi, di protezione informale.
Nelle periferie, invece, quelle reti si sono dissolte senza essere sostituite da nulla. Il risultato è un elettorato potenzialmente critico che non si esprime, e un elettorato consolidato che determina il risultato finale con una minoranza dei voti teoricamente disponibili.
Il vantaggio strutturale di chi governa nel silenzio
Un sistema in cui vota il quarantacinque per cento degli aventi diritto non è semplicemente meno rappresentativo: è strutturalmente diverso da uno con alta partecipazione. Premia chi ha reti organizzate, macchine elettorali collaudate, accesso privilegiato ai media e ai canali istituzionali. Punisce chiunque debba costruire consenso dal basso, attraverso la mobilitazione di cittadini che non hanno l'abitudine di recarsi alle urne.
In questo senso, l'astensionismo in Lombardia non è solo il sintomo di una crisi della democrazia rappresentativa: è anche un meccanismo di selezione che favorisce la continuità. Chi ha governato per trent'anni conosce il suo elettorato residuale, sa come motivarlo, sa quali leve azionare. Chi vuole cambiare le cose deve prima convincere qualcuno a tornare a credere che cambiare sia possibile — un compito enormemente più difficile.
Giovani fuori dal gioco
Particolarmente preoccupante è la frattura generazionale. I dati sulle preferenze di voto per fasce d'età mostrano che i giovani lombardi tra i diciotto e i trentaquattro anni sono i più lontani dalle urne regionali. Non perché siano politicamente indifferenti in assoluto — i movimenti per il clima, le mobilitazioni universitarie, le campagne sui diritti civili mostrano una vivacità civile reale — ma perché percepiscono le istituzioni regionali come un mondo distante, impermeabile, gestito da logiche che non li riguardano.
Eppure sono proprio loro a pagare le conseguenze più dirette di certe scelte regionali: il costo degli affitti nelle città universitarie lombarde, la qualità del trasporto pubblico, l'accesso ai tirocini e alle politiche attive del lavoro, la disponibilità di spazi culturali e aggregativi. Tutte materie su cui la Regione ha competenze significative. Tutte materie su cui i giovani non votano e quindi, nella logica del sistema, non contano.
Cosa succederebbe se votassero tutti
È un esercizio puramente speculativo, ma utile: se la partecipazione alle prossime regionali lombarde tornasse ai livelli degli anni Novanta — quando superava il settanta per cento — l'equilibrio politico attuale reggerebbe? La risposta onesta è: probabilmente no, o almeno non nella stessa forma.
Una partecipazione alta porta con sé imprevedibilità. Porta elettori che non sono stati socializzati nelle reti di fedeltà tradizionali, che non devono favori a nessuno, che votano sulla base di valutazioni più volatile e meno controllabili. È esattamente per questo che nessuna forza politica davvero radicata nel sistema ha un interesse strutturale a mobilitare chi non vota: il rischio supera il potenziale guadagno.
Un'altra Lombardia parte da qui
Chi crede che sia possibile costruire una Lombardia diversa — più equa nella distribuzione delle risorse, più trasparente nella gestione del potere, più attenta alle periferie e ai ceti medi impoveriti — non può ignorare la questione dell'astensionismo. Non come problema da risolvere con campagne di comunicazione istituzionale, ma come terreno politico da conquistare attraverso un lavoro lento e capillare di ricostruzione della fiducia civica.
Significa presidiare i territori dove la politica è sparita. Significa spiegare, con pazienza e concretezza, come le decisioni prese a Palazzo Lombardia atterrano sulla vita quotidiana di chi non arriva a fine mese. Significa rendere visibile l'invisibile: i meccanismi, i conflitti di interesse, le scelte di bilancio che hanno conseguenze reali su scuole, ospedali, trasporti, ambiente.
Il silenzio delle urne non è neutro. È una forma di consenso estorto per sfinimento. Spezzarlo è, prima ancora che una sfida elettorale, una questione di democrazia sostanziale.