Bandi su misura: come i colossi della logistica hanno riscritto le regole degli appalti lombardi
Nella Lombardia che si vanta di essere il motore economico d'Italia, esiste un paradosso che fatica a emergere nel dibattito pubblico: le gare d'appalto per i servizi di logistica e distribuzione, finanziate con denaro dei contribuenti lombardi, vengono sempre più spesso vinte da operatori internazionali di grandi dimensioni, mentre le imprese locali — spesso radicate nel territorio da decenni — scompaiono silenziosamente dal mercato. Non si tratta di una semplice legge di mercato. Si tratta, in molti casi, di un mercato costruito apposta.
I tavoli tecnici che nessuno racconta
Il processo di redazione dei capitolati d'appalto per i servizi logistici regionali prevede, almeno formalmente, momenti di consultazione con gli operatori del settore. È qui che si gioca la partita più importante — e meno visibile. Attraverso associazioni di categoria, gruppi di lavoro tecnici e commissioni consultive, i rappresentanti delle grandi piattaforme di distribuzione siedono accanto ai funzionari regionali nel momento in cui si definiscono i criteri di aggiudicazione, i requisiti minimi di accesso e i parametri di valutazione delle offerte.
Il risultato è quasi sempre lo stesso: capitolati che richiedono flotte di veicoli superiori alle centinaia di unità, certificazioni internazionali costose e complesse, sistemi informatici di tracciamento interoperabili con standard proprietari che solo i grandi operatori possono permettersi. Requisiti tecnici legittimi sulla carta, ma calibrati in modo da rendere di fatto impossibile la partecipazione per chiunque non disponga di strutture organizzative e finanziarie paragonabili a quelle dei colossi del settore.
Soglie di sbarramento e requisiti kafkiani
Un esempio emblematico riguarda i bandi per il trasporto di materiali sanitari destinati alle ASST lombarde, pubblicati negli ultimi tre anni. In diversi casi, i requisiti di fatturato minimo per la partecipazione sono stati fissati a livelli tali da escludere automaticamente oltre il settanta per cento delle imprese di autotrasporto attive in Lombardia. La giustificazione ufficiale invoca la necessità di garantire affidabilità e continuità del servizio. Ma affidabilità e continuità non sono prerogative esclusive della grande dimensione: sono il risultato di competenza, organizzazione e radicamento territoriale, qualità che molte imprese locali possiedono in misura abbondante.
Altri bandi hanno introdotto l'obbligo di gestire piattaforme digitali di monitoraggio in tempo reale compatibili con sistemi specifici, sistemi che nella pratica corrispondono a soluzioni commerciali sviluppate e brevettate da un ristretto numero di operatori internazionali. Le piccole imprese che volessero adeguarsi si troverebbero di fronte a investimenti nell'ordine delle centinaia di migliaia di euro, cifre incompatibili con le loro strutture finanziarie.
Il conflitto di interessi che non si chiama così
La questione centrale non riguarda soltanto l'entità dei requisiti, ma il modo in cui vengono stabiliti. In Lombardia, come in altre regioni italiane, i confini tra chi regolamenta e chi viene regolamentato sono spesso porosi. Alcuni componenti delle commissioni tecniche che valutano le offerte hanno in passato ricoperto ruoli dirigenziali in aziende del settore. Certi consulenti incaricati di redigere le specifiche tecniche dei capitolati provengono da contesti professionali contigui agli stessi operatori che poi parteciperanno alle gare.
Questo non costituisce necessariamente illecito penale. Ma configura una zona grigia — eticamente e politicamente rilevante — in cui l'interesse pubblico rischia di essere sistematicamente subordinato agli interessi di chi dispone delle risorse e delle relazioni necessarie per presidiare i processi decisionali.
La sparizione silenziosa dei vettori tradizionali
Le conseguenze di questo sistema si misurano nei numeri delle Camere di commercio lombarde: negli ultimi dieci anni, il numero di imprese di autotrasporto con sede legale in Lombardia si è ridotto in modo significativo. Non tutte le chiusure sono riconducibili agli appalti pubblici, naturalmente. Ma la progressiva esclusione dal mercato degli appalti regionali ha privato molti vettori locali di una fonte di reddito stabile e prevedibile, accelerando processi di crisi già in atto.
Queste imprese non sono semplici unità economiche. Sono spesso realtà familiari che hanno costruito competenze specifiche nel trasporto su determinate tratte, che conoscono le caratteristiche logistiche dei territori montani e periferici della regione, che garantiscono occupazione qualificata in aree dove il tessuto produttivo è già fragile. La loro scomparsa non è un dato neutro: è una perdita di capitale sociale e territoriale difficilmente recuperabile.
Cosa chiediamo alla Regione
Di fronte a questo scenario, le richieste di trasparenza e riforma non sono una concessione al populismo anti-industriale: sono una condizione minima di correttezza democratica. È necessario, in primo luogo, rendere pubblici e consultabili tutti i verbali dei tavoli tecnici che partecipano alla redazione dei capitolati d'appalto, con l'indicazione nominativa dei partecipanti e delle organizzazioni che rappresentano.
In secondo luogo, occorre introdurre criteri di proporzionalità nella definizione dei requisiti minimi di accesso alle gare, calibrandoli sulla reale complessità del servizio richiesto e non su standard pensati per grandi operatori internazionali. Il principio del massimo ribasso, ancora dominante in molti bandi lombardi, andrebbe definitivamente superato a favore di criteri che valorizzino la qualità, la conoscenza territoriale e la sostenibilità ambientale e sociale delle offerte.
In terzo luogo, sarebbe opportuno istituire un registro pubblico delle incompatibilità per i componenti delle commissioni tecniche, con obblighi di astensione chiari e verificabili in caso di potenziale conflitto di interessi.
Un mercato che si può riformare
Il problema degli appalti pubblici nella logistica lombarda non è inevitabile. È il prodotto di scelte politiche precise — o, più spesso, di non-scelte, di inerzie, di assenza di volontà riformatrice. Palazzo Lombardia ha gli strumenti normativi per intervenire: mancano la visione e la determinazione politica.
Una Lombardia davvero competitiva e innovativa non è quella che consegna i propri mercati pubblici ai grandi operatori internazionali in nome di una presunta efficienza. È quella che costruisce un ecosistema economico dove imprese di dimensioni diverse possono competere su basi eque, dove il radicamento territoriale è considerato un valore e non un limite, dove il denaro pubblico genera ricchezza diffusa e non concentrata.
Finché i bandi continueranno a essere scritti da chi poi li vince, quella Lombardia resterà un progetto rimandato.