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Tavolo di crisi a Busto e in Brianza: la firma c'è, le garanzie no

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Tavolo di crisi a Busto e in Brianza: la firma c'è, le garanzie no

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Nella memoria industriale del varesotto e della Brianza, il nome di questo stabilimento evoca decenni di lavoro, competenze tramandate di padre in figlio, un intero territorio cresciuto attorno a un cancello che ogni mattina si apriva per migliaia di persone. Oggi quel cancello si apre per una frazione di quel numero, e il tavolo di crisi convocato con la partecipazione della Regione ha sancito una verità scomoda: il declino non è più un'ipotesi, è un piano in esecuzione.

La conta dei numeri che pesano

I dati emersi dal tavolo parlano chiaro: centinaia di esuberi programmati, turni ridotti, commesse progressivamente spostate verso altri stabilimenti del gruppo, situati dove i costi sono più bassi e i incentivi più generosi. A fare le spese non è solo l'occupazione diretta: è l'indotto, la fitta rete di fornitori, artigiani e servizi che per generazioni ha vissuto della salute di questo presidio.

I sindacati parlano di una "cremazione lenta" delle competenze: macchinari non rinnovati, investimenti congelati, ordini rifiutati. Una strategia che non ha bisogno di annunci per chiudere: basta lasciar marcire.

La Regione alla firma: che cosa ha garantito davvero

Palazzo Lombardia ha celebrato il tavolo di crisi come prova di attenzione al tessuto produttivo. Ma leggendo il verbale, le garanzie concrete si riducono a poche righe: impegno a valutare i piani di reinsediamento, eventuale attivazione di strumenti ordinari di sostegno al reddito, generiche promesse di reindustrializzazione del sito.

Mancano tre cose essenziali. Primo: un vincolo vincolante sul futuro dell'area, perché gli stabilimenti chiusi in Lombardia hanno spesso finito in mani immobiliari, trasformati in capannoni logistici o residenze, cancellando per sempre la vocazione produttiva. Secondo: una reale tutela per i fornitori locali, che dei tavoli di crisi non sono mai protagonisti ma sempre vittime collaterali. Terzo: un piano di riconversione delle competenze che non si limiti a corsi generici, ma valorizzi il know-how manifatturiero che questo territorio ha impieato decenni a costruire.

Non un caso isolato, ma un modello

Quello tra Busto Arsizio e la Brianza non è un episodio patologico: è la fotografia di un modello. Una Lombardia che ha smesso di difendere la propria base manifatturiera e la lascia dissolvere sotto la spinta di logiche finanziarie e delocalizzatrici, rimpiazzandola con dichiarazioni d'intenti sulla "fabbrica 4.0" e con sgravi fiscali che non creano posti di lavoro stabili.

Il territorio che ha fatto la storia industriale italiana merita di più di un tavolo che firma la resa. Merita investimenti pubblici condizionati, clausole di ricollocazione obbligatorie per chi riceve incentivi, e una politica industriale regionale che tratti le competenze come patrimonio collettivo, non come variabile di aggiustamento.

Che cosa chiediamo

Per un'altra Lombardia è possibile: con piani di reindustrializzazione vincolanti per le aree in crisi, con il diritto di prelazione pubblica sui siti produttivi dismessi, con tavoli di crisi dove i lavoratori abbiano potere decisionale e non solo facoltà di testimoni. La firma sulla carta è già stata apposta. Ora tocca ai cittadini, ai sindacati e ai comuni pretendere che quella firma valga qualcosa.

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