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L'esercito dei consulenti di Palazzo Lombardia: chi sono, quanto costano e perché nessuno ne risponde

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L'esercito dei consulenti di Palazzo Lombardia: chi sono, quanto costano e perché nessuno ne risponde

Photo: government office bureaucracy consultants meeting Italy regional administration, via www.governo.it

C'è un modo, in Italia, per aggirare il blocco delle assunzioni nel pubblico impiego senza formalmente violare alcuna norma: si chiama consulenza esterna. E la Regione Lombardia, sotto la guida di Attilio Fontana, ne ha fatto un'arte raffinata. Ogni anno, Palazzo Lombardia stipula decine di contratti con professionisti, società di advisory, esperti di settore e figure dai profili talvolta indefiniti, il tutto a carico dei contribuenti lombardi. Il problema non è soltanto economico. È politico, è culturale, è strutturale.

Una spesa che cresce nell'ombra

I dati disponibili — spesso incompleti, dispersi tra diverse sezioni del portale di trasparenza regionale e non sempre aggiornati — raccontano di una spesa per consulenze esterne che negli ultimi anni ha registrato un'espansione costante. Secondo le rilevazioni disponibili presso la sezione "Amministrazione Trasparente" del sito istituzionale, i contratti affidati a soggetti esterni all'organico regionale si contano a centinaia, con compensi che in alcuni casi superano abbondantemente i centomila euro annui per singolo incarico.

Eppure, la normativa italiana — a partire dal decreto legislativo 165 del 2001 fino ai successivi interventi della Corte dei Conti — è chiara: le consulenze esterne sono ammissibili solo in presenza di comprovate carenze di competenze interne, devono essere motivate analiticamente e proporzionate nel costo. In Lombardia, queste condizioni appaiono spesso verificate solo sulla carta.

Chi sono questi esperti?

La domanda è meno banale di quanto sembri. Scorrendo i nominativi e le società che compaiono negli elenchi regionali, emergono profili eterogenei: ex dirigenti pubblici riciclati come consulenti, figure con curriculum accademici di pregio ma senza un evidente collegamento con le specifiche esigenze dell'ente, e — in qualche caso — soggetti con legami associativi o professionali non del tutto estranei all'ecosistema politico della maggioranza di centrodestra.

Non si tratta necessariamente di illegalità. Si tratta, più sottilmente, di un sistema che tende a riprodurre se stesso: chi è vicino agli ambienti giusti ha maggiori probabilità di essere interpellato, di ricevere un incarico diretto o un affidamento sotto soglia, di rinnovare il contratto anno dopo anno. La rotazione degli incarichi — prevista proprio per evitare rendite di posizione — risulta spesso teorica.

Il paradosso del blocco alle assunzioni

Qui si annida la contraddizione più acuta. Da un lato, la Regione Lombardia — come tutte le amministrazioni pubbliche italiane — è soggetta a vincoli stringenti sulle assunzioni a tempo indeterminato: tetti al turnover, limitazioni ai concorsi, blocchi imposti dalla normativa di contenimento della spesa. Dall'altro, la stessa amministrazione può ricorrere liberamente — o quasi — alle consulenze esterne, che non gravano tecnicamente sul personale in ruolo ma che di fatto svolgono funzioni equivalenti, spesso con minori garanzie di continuità, accountability e controllo.

Il risultato è paradossale: si risparmia sulla stabilizzazione di professionisti qualificati che potrebbero entrare nell'organico regionale tramite concorso pubblico, e si spende di più — e con meno trasparenza — per acquistare le stesse competenze sul mercato, a prezzo spesso maggiorato e senza le tutele del rapporto di lavoro subordinato.

La trasparenza che non c'è

La legge impone la pubblicazione degli incarichi di consulenza sul portale istituzionale. Eppure, chiunque abbia provato a navigare la sezione dedicata del sito della Regione Lombardia sa bene quanto sia difficile ottenere un quadro chiaro e completo. I dati sono frammentati, le voci di spesa non sempre aggregate in modo leggibile, le motivazioni degli incarichi spesso ridotte a formulazioni burocratiche standardizzate.

Le interrogazioni consiliari presentate da alcuni consiglieri di opposizione negli ultimi anni hanno tentato di fare luce su questo sistema, ottenendo risposte parziali e, in alcuni casi, il classico rinvio a documentazione non facilmente accessibile. La trasparenza, in questo contesto, rischia di diventare una procedura formale anziché un principio sostanziale: i dati ci sono, ma sono organizzati in modo tale da rendere difficile ogni analisi critica sistematica.

Il confronto con altre regioni

Non è un problema esclusivamente lombardo. Tuttavia, la Lombardia si distingue per la sua dimensione economica e istituzionale: è la regione più ricca d'Italia, con il bilancio più corposo e la macchina amministrativa più complessa. Ciò significa che anche le distorsioni, quando esistono, assumono proporzioni maggiori. Regioni come l'Emilia-Romagna o la Toscana hanno introdotto negli anni strumenti più stringenti di rendicontazione e valutazione degli incarichi esterni, con commissioni consiliari dedicate e audit periodici. In Lombardia, questi strumenti restano deboli o assenti.

Chi paga e chi decide

La domanda finale è politica. Chi autorizza questi incarichi? Chi valuta i risultati? Chi risponde, in caso di spesa ingiustificata o di prestazioni inadeguate?

In teoria, la responsabilità ricade sui dirigenti regionali che firmano i contratti, sotto la supervisione politica degli assessori competenti e, in ultima istanza, del presidente Fontana. In pratica, la catena di responsabilità tende a dissolversi nella complessità burocratica: nessuno è formalmente responsabile di tutto, e quindi nessuno risponde di nulla.

I cittadini lombardi finanziano questo sistema con le proprie tasse. Hanno il diritto di sapere chi lavora per la loro regione, a quale titolo, con quali competenze certificate e con quali risultati verificabili. Non è una richiesta rivoluzionaria: è il minimo che uno Stato di diritto dovrebbe garantire.

Una riforma possibile e necessaria

Non si tratta di demonizzare le consulenze in quanto tali. In alcuni ambiti — dalla pianificazione urbanistica alla valutazione ambientale, dalla ricerca sanitaria all'innovazione tecnologica — il ricorso a competenze esterne può essere genuinamente utile e persino necessario. Il problema è il sistema nel suo insieme: la mancanza di criteri selettivi rigorosi, l'assenza di valutazione ex post, la tendenza a trasformare la consulenza in uno strumento di gestione del consenso politico piuttosto che di arricchimento delle capacità amministrative.

Una riforma seria richiederebbe almeno tre elementi: un registro pubblico centralizzato e aggiornato in tempo reale di tutti gli incarichi esterni, con importi, durate e obiettivi misurabili; una commissione consiliare permanente con poteri di audizione e accesso ai documenti; e una valutazione indipendente dei risultati, con la possibilità di rescissione del contratto in caso di inadempienza certificata.

Fino ad allora, l'esercito dei consulenti di Palazzo Lombardia continuerà a marciare nell'ombra, finanziato dal pubblico e risponsabile verso nessuno.

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