Per un'Altra Lombardia All articles
Urbanistica e Territorio

Il verde di Palazzo Lombardia si tinge di nero: come il Nord scarica il peso energetico sul Mezzogiorno

Per un'Altra Lombardia
Il verde di Palazzo Lombardia si tinge di nero: come il Nord scarica il peso energetico sul Mezzogiorno

Photo: Divulgação Petrobras / ABr, CC BY 3.0 br, via Wikimedia Commons

C'è una narrazione che Palazzo Lombardia ama raccontare di sé: quella di una regione moderna, efficiente, proiettata verso un futuro di energie pulite e sviluppo sostenibile. Eppure, a guardare con attenzione la mappa degli impianti energetici più contestati d'Italia — rigassificatori, piattaforme estrattive in Adriatico, depositi di stoccaggio — emerge uno schema tutt'altro che casuale. Gli impianti che i lombardi non vogliono nel proprio cortile vengono puntualmente collocati altrove, spesso nelle regioni del Sud o nelle aree costiere adriatiche, dove la capacità di resistenza politica è storicamente più fragile e le comunità locali dispongono di minori strumenti di tutela.

Questa non è semplice coincidenza geografica. È il risultato di precise scelte politiche, di reti lobbistiche consolidate e di un sistema di governance energetica nazionale che premia chi ha più voce in capitolo nelle stanze dei bottoni romane.

La geografia del rischio: chi ospita cosa

Il caso dei rigassificatori è emblematico. Quando si è trattato di individuare siti idonei per i nuovi terminali di rigassificazione — fondamentali, secondo il governo, per affrancare l'Italia dalla dipendenza dal gas russo — le ipotesi che coinvolgevano il litorale lombardo o le acque dell'alto Adriatico prospicienti le coste venete sono state rapidamente accantonate. Le pressioni delle amministrazioni locali settentrionali, ben connesse con i ministeri competenti, hanno avuto la meglio. Il risultato? Impianti collocati in prossimità di coste meridionali, spesso in aree già gravate da altri insediamenti industriali pesanti.

Analoga la vicenda delle trivellazioni in Adriatico. La Lombardia consuma gas in quantità enormi — è la regione italiana con i consumi industriali più elevati — ma le piattaforme estrattive che alimentano parte di questo fabbisogno sorgono a largo di coste romagnole, marchigiane e pugliesi, con tutto il carico di rischio ambientale che ne consegue: subsidenza dei fondali, rischio di fuoriuscite, impatto sulle filiere ittiche locali.

Le lobby energetiche e il loro radicamento lombardo

Per comprendere come si costruisce questa redistribuzione del rischio, occorre seguire i soldi. Le principali società energetiche attive in Italia — quelle che ottengono le concessioni per estrarre, stoccare e rigassificare — hanno quasi tutte la propria sede legale o operativa in Lombardia, spesso a Milano o nell'hinterland metropolitano. È qui che si concentrano i centri decisionali, gli studi legali specializzati in diritto energetico, le associazioni di categoria che dialogano quotidianamente con i funzionari regionali e nazionali.

Questo radicamento non è neutro. Significa che le istanze di questi soggetti economici trovano ascolto privilegiato nelle sedi istituzionali lombarde, che a loro volta esercitano una pressione significativa sui tavoli nazionali. Quando si tratta di decidere dove localizzare un impianto controverso, la bilancia pende inevitabilmente a favore di chi siede più comodamente al tavolo delle trattative.

Le comunità meridionali, per contro, si trovano spesso a combattere battaglie asimmetriche: comitati civici contro grandi gruppi industriali, consigli comunali di piccoli centri contro ministeri e società quotate in borsa. La partita è squilibrata in partenza.

L'ipocrisia della transizione verde

Il paradosso più stridente riguarda proprio il discorso sulla sostenibilità ambientale. La Lombardia investe nella comunicazione della propria vocazione green: incentivi per il fotovoltaico, annunci su mobilità elettrica, proclami sulla riduzione delle emissioni urbane. Eppure questo percorso verso la decarbonizzazione viene finanziato — in parte significativa — dal gas estratto e rigassificato in altri territori, con costi ambientali che vengono esternalizzati fuori dai confini regionali.

È una forma sofisticata di quello che gli economisti chiamano "carbon leakage" applicato alla dimensione interna: si delocalizzano non le emissioni in senso stretto, ma le infrastrutture che le rendono possibili, insieme ai rischi ambientali e sociali connessi. Il risultato è che la Lombardia può vantare statistiche ambientali migliorate senza aver rinunciato ai consumi che quelle statistiche, in un'analisi più onesta, dovrebbero incorporare.

Le comunità che resistono

Non mancano le voci di resistenza. Lungo le coste adriatiche, comitati di pescatori, associazioni ambientaliste e amministratori locali coraggiosi hanno costruito reti di opposizione agli insediamenti energetici imposti dall'alto. In alcuni casi — come nelle battaglie contro alcune concessioni estrattive al largo della Puglia — queste resistenze hanno ottenuto risultati parziali, rallentando o modificando i progetti.

Ma la sproporzione delle forze in campo rimane evidente. E ciò che colpisce, nell'analisi di questi conflitti territoriali, è l'assenza quasi totale di solidarietà da parte delle istituzioni lombarde. Palazzo Lombardia non ha mai espresso, nemmeno formalmente, sostegno alle comunità che subiscono gli oneri di una politica energetica di cui la Lombardia è tra i principali beneficiari.

Una proposta per un'energia davvero solidale

Esiste un'alternativa a questa logica estrattiva e asimmetrica? La risposta è sì, ma richiede una discontinuità politica netta rispetto all'attuale gestione regionale.

Una politica energetica progressiva dovrebbe innanzitutto riconoscere la propria quota di responsabilità nei costi ambientali dell'approvvigionamento energetico, ovunque questi si manifestino sul territorio nazionale. Dovrebbe sostenere attivamente la diversificazione verso fonti rinnovabili distribuite — solare, eolico, geotermia — che per loro natura non richiedono la concentrazione del rischio in aree specifiche. E dovrebbe promuovere meccanismi di compensazione trasparenti per le comunità che già ospitano infrastrutture energetiche pesanti, anziché lasciare che siano i rapporti di forza politica a determinare chi paga il prezzo dello sviluppo altrui.

Finché la Lombardia continuerà a godere dei vantaggi dell'abbondanza energetica senza riconoscerne i costi reali, il suo discorso sulla sostenibilità resterà quello che è: una narrazione di facciata, utile all'immagine ma incapace di incidere sulle ingiustizie strutturali che attraversano la penisola da Nord a Sud.

All Articles

Related Articles

Lombardia, terra di gasdotti: chi decide sulle infrastrutture energetiche e chi ne paga le conseguenze

Lombardia, terra di gasdotti: chi decide sulle infrastrutture energetiche e chi ne paga le conseguenze

Federalismo fiscale o fuga solidale? I veri vincitori dell'autonomia lombarda

Federalismo fiscale o fuga solidale? I veri vincitori dell'autonomia lombarda

Gare d'appalto in Lombardia: società fantasma, subappalti opachi e l'illusione della trasparenza digitale

Gare d'appalto in Lombardia: società fantasma, subappalti opachi e l'illusione della trasparenza digitale