Federalismo fiscale o fuga solidale? I veri vincitori dell'autonomia lombarda
Photo: Luca Nebuloni from Milan, Italy, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons
C'è una parola che a Palazzo Lombardia viene pronunciata con solennità quasi religiosa: autonomia. Autonomia differenziata, autogestione delle risorse, liberazione dal giogo redistributivo dello Stato centrale. Un mantra che attraversa ogni discorso pubblico della giunta regionale, ogni conferenza stampa, ogni proposta legislativa degli ultimi anni. Ma dietro questa retorica dell'autosufficienza virtuosa, chi guadagna davvero? E soprattutto, chi paga il conto?
Il meccanismo della trattenuta fiscale
La proposta di autonomia differenziata, nella sua formulazione più ambiziosa, prevede che la Lombardia possa trattenere una quota significativamente maggiore del gettito fiscale prodotto sul proprio territorio. Il ragionamento di superficie è seduttivo: i lombardi producono ricchezza, i lombardi devono gestirla. Peccato che questo schema ignori sistematicamente alcune variabili fondamentali.
La Lombardia genera circa il 22% del PIL nazionale. Ma questa produzione di ricchezza non avviene in un vuoto geografico ed economico. Dipende da infrastrutture nazionali, da lavoratori provenienti da ogni angolo d'Italia, da mercati del Sud che assorbono beni e servizi prodotti al Nord, da un sistema bancario e finanziario storicamente sostenuto da politiche pubbliche nazionali. Trattare il PIL lombardo come un prodotto esclusivo del territorio è una semplificazione ideologica, non un'analisi economica.
Secondo le stime elaborate da economisti come Gianfranco Viesti e dal gruppo di ricerca sui divari territoriali dell'Università di Bari, un'applicazione integrale dell'autonomia differenziata potrebbe sottrarre al fondo perequativo nazionale tra i 60 e i 100 miliardi di euro annui. Una cifra che non riguarda solo il Mezzogiorno: colpisce anche le aree interne lombarde, le province meno dinamiche, i comuni montani che già oggi faticano a mantenere servizi essenziali.
Chi siede al tavolo delle trattative
È istruttivo osservare chi ha partecipato, negli anni, alla definizione concreta delle richieste autonomiste lombarde. Accanto ai funzionari regionali e agli eletti di centrodestra, si trovano rappresentanti di Confindustria Lombardia, esponenti del settore bancario milanese, lobbisti del comparto energetico e delle grandi opere infrastrutturali. Non è una cospirazione: è politica industriale travestita da rivendicazione identitaria.
Le materie richieste in trasferimento — istruzione, sanità, infrastrutture, energia, commercio estero — non sono scelte a caso. Sono esattamente i settori dove la gestione regionale consente di orientare appalti, definire standard, favorire operatori economici localmente radicati. La retorica del "più vicini ai cittadini" si traduce, nella pratica, in una maggiore capacità di indirizzo da parte di soggetti privati già dominanti nel panorama economico lombardo.
La sanità come caso emblematico
Prendiamo il sistema sanitario, già oggi in larga parte regionalizzato. La Lombardia ha costruito negli anni un modello basato sulla competizione tra strutture pubbliche e private accreditate. Il risultato, documentato da numerosi rapporti del Ministero della Salute e dell'Agenas, è una progressiva erosione della medicina territoriale a favore della grande ospedalità privata concentrata nell'area metropolitana milanese.
Con una maggiore autonomia fiscale, questo processo potrebbe accelerare. Le risorse aggiuntive trattenute sul territorio non andrebbero necessariamente a rafforzare il sistema pubblico, ma potrebbero alimentare ulteriormente un mercato sanitario dove chi può permettersi le cure le ottiene rapidamente e chi non può aspetta mesi in lista d'attesa. Un modello che premia l'efficienza di mercato e penalizza la coesione sociale.
Non è un caso che alcune delle associazioni di categoria della sanità privata lombarda abbiano espresso sostegno esplicito al progetto autonomista. Il loro interesse è comprensibile: più risorse regionali, meno vincoli nazionali, maggiore libertà di definire tariffe e standard.
Il silenzio sui perdenti
Nel dibattito pubblico sull'autonomia differenziata manca quasi completamente una voce: quella dei potenziali perdenti. Non soltanto i cittadini del Sud, dipinti spesso in modo caricaturale come beneficiari passivi della redistribuzione, ma anche categorie molto concrete di lombardi.
I lavoratori dipendenti a basso reddito, che beneficiano di servizi pubblici universali finanziati dalla fiscalità generale. I residenti delle province periferiche — Sondrio, Mantova, Cremona, Pavia — che già oggi vedono concentrarsi investimenti e servizi nell'asse Milano-Brescia. I piccoli imprenditori che competono con grandi gruppi industriali e che da un sistema regolatorio frammentato non hanno nulla da guadagnare. Gli immigrati di prima e seconda generazione, che rappresentano una quota crescente della forza lavoro lombarda ma che raramente vengono inclusi nel racconto dell'identità padana.
Per questi soggetti, l'autonomia differenziata non è una liberazione: è una ridefinizione delle regole del gioco che li vede già perdenti.
La Corte Costituzionale e il freno parziale
Non tutto procede senza ostacoli. La sentenza della Corte Costituzionale del novembre 2024 ha dichiarato incostituzionali numerose disposizioni della legge Calderoli sull'autonomia differenziata, rilevando in particolare la vaghezza nella definizione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) e l'assenza di adeguate garanzie perequative. È un segnale importante, che tuttavia non ha fermato l'agenda politica della giunta Fontana.
Palazzo Lombardia ha reagito alla sentenza come a un intralcio tecnico da superare, non come a un monito sostanziale sulla direzione di marcia. Le trattative con il governo nazionale proseguono, le richieste di trasferimento di competenze vengono rimodulate ma non abbandonate. La forma cambia, la sostanza rimane.
Un'alternativa è possibile
Criticare l'autonomia differenziata nella sua versione attuale non significa opporsi a ogni forma di decentramento. Una Lombardia più autonoma potrebbe essere anche una Lombardia più giusta, se l'obiettivo fosse davvero migliorare i servizi per tutti i residenti e non ottimizzare il posizionamento competitivo dei grandi attori economici regionali.
Un'autonomia progressiva dovrebbe partire da domande diverse: come si garantisce che le risorse aggiuntive vadano a rafforzare la sanità pubblica territoriale e non il privato accreditato? Come si assicura che i comuni montani e le province periferiche non vengano ulteriormente marginalizzati? Come si costruisce un meccanismo di solidarietà interregionale che non venga percepito come punizione ma come investimento reciproco?
Queste domande non trovano spazio nel dibattito che si svolge a Palazzo Lombardia. Troverebbero invece terreno fertile in una politica regionale capace di guardare oltre gli interessi dei propri finanziatori e di parlare davvero a nome di tutti i lombardi, non solo di quelli che siedono nei consigli di amministrazione delle grandi imprese milanesi.
Finché quella politica non esiste, il compito di chi fa informazione critica è almeno questo: nominare i vincitori nascosti e dare voce ai perdenti dimenticati.