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Sanità e Welfare

Codice rosso nel Sebino: una notte nei presìdi sanitari che la Regione chiama "efficienza"

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Codice rosso nel Sebino: una notte nei presìdi sanitari che la Regione chiama "efficienza"

Sono le 2 di notte e nel pronto soccorso di un ospedale del Sebino il silenzio non è quello della calma: è quello dei letti chiusi. L'ambulanza che arriva da mezz'ora di strade di montagna scarica un settantenne con dolore toracico. Il medico di guardia, da solo, gestisce tre pazienti contemporaneamente. «Stanotte andiamo bene», dice con un sorriso stanco che non convince nessuno. «Le notti vere sono quelle in cui manca pure lui».

I numeri che la Regione preferisce non mettere in primo piano

Secondo i dati regionali sulla rete ospedaliera, tra Sebino e Alto Milanese sono centinaia i letti dismessi negli ultimi anni, con reparti interi — medicina interna, ortopedia, ginecologia — sospesi o convertiti in "presidi di prossimità", un'espressione che i sindaci del territorio traducono rapidamente: "prima o poi, chiusura secca". Le liste d'attesa per gli ambulatori specialistici si allungano, e chi abita tra Sarnico, Lovere o il varesotto deve prenotare una risonanza a Bergamo, Monza o Milano, con viaggi impossibili per chi non ha un'auto o un familiare disponibile.

La risposta di Palazzo Lombardia è sempre la stessa: riorganizzazione, efficienza, reti di prossimità. Ma le reti senza personale sono reti sulla carta.

Le voci dei corridoi

«Io faccio quaranta minuti di auto per il turno di notte», racconta un'infermiera mentre sistema una flebo. «I colleghi giovani sono partiti: contratti a termine, turni spezzati, stipendi da paura. Chi può, va in Svizzera o in un polo grande». Un primario, che chiede di non essere nominato, è più duro: «Ci chiedono di garantire la sicurezza con metà del personale. È matematica che non torna. E i pazienti li pagano».

Anche i sindaci hanno perso la pazienza. Il primo cittadino di un comune dell'Alto Milanese lo riassume così: «Ogni volta che chiudiamo un reparto ci promettono che i servizi non verranno meno. Poi l'ambulatorio chiude, poi il punto prelievi, poi il pronto soccorso resta aperto solo di giorno. È una strategia a salamoia: si fa bollire lentamente la rana».

Il paziente come pendolare

La paradosso lombardo è sotto gli occhi di tutti: la regione che si dichiara orgogliosa della propria sanità pubblica concentra le risorse nei grandi poli metropolitani, mentre le aree intermedie si svuotano di presidi. Il risultato è una nuova figura: il paziente-pendolare, che per una radiografia o una visita specialistica percorre decine di chilometri, spesso in condizione di fragilità.

Per gli anziani senza rete familiare, per chi non guida, per le famiglie che lavorano, ogni spostamento è un ostacolo. E gli studi del settore indicano che le disuguaglianze territoriali nell'accesso alle cure si traducono in disuguaglianze di salute reali: diagnosi tardive, peggiori esiti, ricoveri evitabili.

Non è destino, è una scelta

Chi scrive ha attraversato tre presìdi in una sola notte, e ha visto persone che si battono con ciò che resta: medici di guardia che fanno il lavoro di tre, infermieri che ricoprono turni scoperti, OSS che corrono nei corridoi. Ma la buona volontà non sostituisce la programmazione.

Servono scelte chiare: vincoli sul mantenimento dei presìdi di zona, piani straordinari di assunzione stabile, investimenti nella medicina del territorio prima che negli apparati dei grandi poli, tutele reali per chi abita nelle aree montane e collinari. La sanità di prossimità non è un costo da razionalizzare: è il fondamento stesso del servizio pubblico.

Per un'altra Lombardia è possibile una sanità che non lasci il Sebino e l'Alto Milanese al buio. Ma serve volerla.

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